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Grandi viaggi
Meliga trail - Torino Cuneo a piedi
Fendendo migliaia di ettari di granoturco
Torino Cuneo a piedi, un trekking per niente turistico, con nella testa i miti della campagna e della provincia, che si scontrano con la realtà. Tre giorni allo stato brado, con carta e bussola, sudato e impolverato, quasi sempre fuori dalle strade asfaltate. Forse una voglia inconscia di darsi definitivamente alla macchia. Una direttissima nord-sud, in solitaria, (forse perfino una prima, ah, ah), con alcuni giri viziosi per evitare statali e provinciali, con troppo caldo per la stagione (fine settembre prima delle piogge), fendendo migliaia di ettari di granoturco maturo, e seguendo la metafisica ferrovia abbandonata che corre da Airasca a Saluzzo. Un binario morto, mortissimo, lungo trenta chilometri. Si passano nove fiumi: Sangone, Chisola, Lemina, Pellice, Po, Varaita, Maira, Grana e Stura di Demonte. Non volendo perdere tempo con guadi pericolosi o costruzione di rudimentali natanti, bisogna cercare i ponti e cascare su strade trafficate. Pazienza.
Il cammino comincia a Rivalta, per evitare il disgusto della periferia di Torino che non finisce mai e non insegna proprio niente, neanche andando a piedi. Da Rivalta a Volvera in mezzo ai campi: piantagioni di pioppi, campagna deserta, poche cascine, prati, officine. Si scavalca la nuova autostrada per Pinerolo su un cavalcavia deserto appena asfaltato. La campagna è strana, come trasformata dall'interno. Gli stabilimenti hanno messo radici invisibili che s'infilano dappertutto, guastano gli odori, molestano l'atmosfera. Anche se sei in un gerbido, con intorno solo alberi e melighe, girasoli disfatti, senti che c'è qualcosa che non và. E infatti dopo una siepe c'è una cascina diventata deposito di un'impresa edile, trasformata in carrozzeria, o in una boita di carpenteria metallica, col contorno di oli, puzze, liquami, porcherie.
A Volvera c'è una via Spirito Santo, pensionati che curano minuscoli giardini, (un metro quadro d'insalata, una fila di peperoni, zucchini, un cespo di grisantemi), la Fiat Ricambi, e il ricordo ancora vivo della famosa Santa, che morta nel luglio del '93 a 75 anni suscitando grandissimo cordoglio. Per decenni migliaia di pellegrini malati hanno fatto la fila nel cortile di casa. Prima del paese, un'orribile discarica del comune e un acquedotto fascista in disuso (scritta Dux smangiata). La rugiada inzuppa le pedule. Una mietitrebbia ha aperto un largo varco in un campo di mais maturo e sembra il mar Rosso che si apre davanti a Mosè. Piccola marcia trionfale, verso orti con zucche gialle, pomodori tardivi, cavoli.
L'itinerario fuori dalla provinciale si scontra ad un certo punto prima con l'immensa cascina che si chiama Pascolo Nuovissimo (grandi porcilaie, coro di grugniti), poi con la cinta smisurata della Fiat, piantata in mezzo ai campi. Uffici e stabilimento sembrano una piroscafo arenato nei prati, pieno di marinai e passeggeri imprigionati per sempre nelle stive. Ma non si sente un lamento. Superata la ferrovia per Pinerolo-Torre Pellice, va meglio.
Sopra macereti e boscaglie volano gazze, ghiandaie, poiane. Si sentono delle rane. Ad Airasca, dopo la cappella di San Rocco, si prende a sinistra e cominciano i binari che arrivano fino a Saluzzo. Ramo secco tagliato da anni, pieno di rovi e ruggine. Airasca non sarebbe un brutto paese, ci sono vecchie case aggraziate, piloni e chiese, inglobate e mischiate con porcherie d'oggi mal disegnate, villette, condominii. Il problema è che nei paesi e nelle città, non c'è mai stato un progetto urbanistico ed estetico unitario, coerente, pensato. Tutto a casaccio, come viene viene. Un po' il guaio del Paese, del resto.
La massicciata corre dritta verso sud, invasa dai rovi che scorticano le caviglie, qualche volta da piante di zucche che debordano da orti vicini, dagli equiseti che chissà perchè abbondano sempre vicino alle rotaie. Erbacea strana, l’equiseto, detta anche coda di cavallo, residuo del Triassico, - roba di milioni di anni fa, come le felci - usata una volta dalle massaie per pulire le pentole, dato che le foglioline sono ricche di silicio, perciò abrasive. Spesso bisogna lasciare le traversine (prima di cemento, poi di legno), e camminare a fianco quando è possibile. Peccato che il ghiaione faccia rumore sotto i piedi e rompe il silenzio della campagna. Ci sono caselli abbandonati, con le solite cose che si trovano negli edifici devastati e isolati: vetri rotti, merde, siringhe, preservativi, riviste porno strappate (perchè poi?). Pieve di Scalenghe è silenziosa e semideserta. Sul sagrato della chiesa c'è uno fermo, sotto il sole, con una valigia posata per terra. Va o viene? E dove o da dove? Sembra un film. Tra gli scambi della stazioncina crescono salici e fiori gialli. La fontanella funziona ancora.
Camminare a piedi in luoghi <normali> (quindi non montagna, savane, deserti), vuol dire entrare magari in un bar, sporco e sudato e farsi guardare storto, quasi sempre. Per strada e in campagna, sguardi interrogativi, tra l'interdetto e il diffidente. Chiedere un bicchiere d'acqua nelle cascine è un problema. Intanto è una vecchia scusa usata sovente dai briganti anche odierni. Poi bisogna superare mute urlanti di cani alla catena, che obbligano a gridare la richiesta da lontano alla madama che esce sulla porta della cucina scostando la tenda. La maggior parte delle volte la signora - giovane o vecchia è uguale - non si fida, perchè gli uomini sono fuori, tergiversa e fa finta di non capire. Allora è inutile insistere, tanto vale tirar via e riprendere la polvere della strada. Anche chiedere informazioni su strade secondarie - non sentieri che non esistono più - è un rebus. Perchè un contadino per esempio, pur vedendo l'interrogante visibilmente appiedato, risponde testualmente: <Si c'è una strada che va verso la frazione ma non è asfaltata>. E cascano le braccia.
Vigone ha bellissimi portici, un magnifico municipio e niente locande. Ce n'era una ma ha chiuso. La padrona spiega che la legge prevedeva migliorie troppo dispendiose e un numero minimo di sette camere (perchè proprio sette? Forse perchè è un numero scaramantico: i peccati capitali, i sette nani, i giorni della settimana, mah!). La legge è uguale sia per uno Sheraton che per una trattoria con alloggio. Geniale. Quindi le locande della provincia, con poche camere per passeggeri occasionali senza pretese, sono sparite quasi tutte. E' il progresso, come diceva sempre il mio amico Perempruner.
Il percorso ferroviario da Villafranca Piemonte a Moretta e assolutamente impraticabile, sepolto dalla vegetazione e poi è perfettamente parallelo alla strada. Quindi asfalto, orribile. Moretta ha un centro delizioso, ben sistemato, con castello, parrocchia barocca, portici, canali tra le case. Magnifico il grande santuario di Nostra Signora del Pilone, all'ingresso del paese. Nei bar si parla della caccia. A proposito della politica sono spicci: <Mah, tanto è tutta una mafia>. In quasi tutti i paesi organizzano un palio dei borghi. Una pestilenza. Manifesti con serate di liscio dappertutto, insieme alle ordinanze del sindaco che impone la pulizia dei fossi e il taglio di <siepi, cespugli e rosai che sporgano sulla pubblica via>. Orribile cena in trattoria tetra con posto per cento persone. Avventori cinque che guardano la partita alla tv e il piatto di sbieco. Cibo disonesto. Fioche luci al neon. Pagare e via di corsa.
Dopo Moretta, superata la magniloquenza degli stabilimenti della Polenghi Lombardo, immane caseificio, la ferrovia è quasi pulita. Si vede che qualcuno ha tagliato i rovi. Forse i guardiacaccia o cacciatori (cartucce a terra), visto che la zona è un'<Azienda Faunistico Venatoria>. Grandi campi di soia, quasi gialla, melighe, prati di trifoglio, gli ultimi fieni. Poche le vacche al pascolo. Ogni tanto cespi di uva americana inselvatichita con grappoli asprigni. Riposo all'ombra di un piccolo filare di noci. Alla lunga la ferrovia diventa noiosa.
In territorio saluzzese cominciano le piantagioni di mele, pere, pesche, kiwi, pianta maleodorante, invadente, antipatica anche se esotica. Impianti di irrigazione a goccia, come nel Negev. Vicino ai grandi allevamenti di bovini, minacciati dalle multe miliardarie ordinate da Bruxelles, immensi letamai alimentati dagli elevatori che escono direttamente dalle stalle.
La frutta caduta tra l'erba, non raccolta, marcisce e fermenta con odori penetranti. Passano trattori turbodiesel condotti da ragazzotti con lo stereo a tutto volume. I camionisti (non tutti si capisce), che trasportano frutta o trinciato di mais hanno il telefonino. Dopo Saluzzo procedere fuori dall'asfalto è un problema, nel dedalo di proprietà e piantagioni. Si scopre tra l'altro la complicata rete di irrigazione, il mondo vitale delle acque, organizzato meticolosamente da secoli, con orari precisi per ognuno, una rete immensa di fossi, canali, bealere, con centrali di smistamento, anche computerizzate, saracinesce da chiudere e aprire alla data ora, pozzi, pompe.
Il fragore della cartiera di Verzuolo si sente a chilometri di distanza. Questa non è più campagna, è industria agricola, che è un’altra roba, con enormi magazzini frigoferi, esportazioni in tutta Europa e anche oltre, investimenti, ville, fax, Mercedes.
La trattoria Ceretto, è tradizionale sosta tra Cuneo e Saluzzo, da quasi un secolo. Prima era anche stallaggio, adesso è un buon albergo dove si mangia bene, e si beve – volendo - il Quagliano, vino dolce a bassa gradazione alcolica prodotto sulle colline di Costigliole. I carrettieri che andavano al mercato di Saluzzo partivano a mezzanotte da Cuneo e a metà strada il cavallo si fermava da solo a Ceretto per la colazione. Bellissimo il centro storico di Busca, case patrizie, il convento, Municipio. Bella strada sterrata di fianco al torrente Grana che scorre in una forra profonda venti metri più in basso. La campagna è cambiata. Meno frutta, più mais, prati irrigui, soia e tanti fagioli borlotti. Cuneo è a 17 chilometri. Ospitale la Trattoria d'Oriente da Alfio, cucina casalinga a Castelletto di Busca, vecchia di 70 anni. Dopo il Bosco di Busca, le frazioni San Pietro del Gallo e Passatore sono già Cuneo.
All'improvviso, dopo dieci chilometri d'asfalto e uno che chiede <Ma perchè va a piedi a Cuneo? Ha fatto un voto?>, si sbuca sulla provinciale che viene da Caraglio, quasi sul viadotto Soleri con le sue reti anti suicidio, intasato di traffico, rumoroso, saturo di gas di scarico. E finalmente il caffè da Arione, sotto i portici di piazza Galimberti, con le camerierine che guardano un po' storto il viandante male in arnese.