- II -
Grandi viaggi
Sotto il tavolo Batista le toccava le cosce
Dopo Bricherasio sulla provinciale, al bivio per Bibiana andando verso la val Pellice, prima del ponte sul torrente, ci sono cartelli che indicano: Bibiana, Barge, Bagnolo, Cavour, Campiglione. Paesi poetici per chi non ci abita. Così come sono mitici - pensandoli magari dai tropici - Revello, Dronero, Pradleves, Castelmagno, sparsi nella grande provincia di Cuneo, regione di frontiera epica e remota, parrocchiale, industriale, contadina, colta.
Il bivio, l'incrocio, sono posti adatti, concettualmente, dove sostare e riflettere, fare progetti. L'incrocio è anche una salvezza perchè offre opportunità, permette fughe in diverse direzioni, non come il rettilineo che non da scampo.
Sull'angolo c'è il <Cafè d'l Pont>, dove si mangia anche una buona torta di mele fatta in casa. Andando dritto s'infila la valle che porta a Luserna, Torre, Bobbio e infine alla disadorna osteria di Villanova, con dietro vecchie case di pietra, odore di fieno e buse di capra, che segna la fine dell'asfalto e l'inizio della mulattiera per la conca del Prà. Hanno aperto una pista per raggiungere gli alpeggi; passano trattori con rimorchio, fuoristrada giapponesi e russi, ciclisti in mountain bike con tute aderenti e colorate. Il vallone non è più lo stesso.
Un peccato mortale che sia chiusa per sempre la Trattoria Alpina di Bobbio, archetipo da museo di osteria alpestre, rustica, con padroni apparentemente scorbutici, vecchi calendari, foto anteguerra, poesie in piemontese a celebrare la montagna, il barbera, la toma e le acciughe al verde. Si poteva stare delle ore seduti ai tavoli di legno con il piano segnato dai circolini dei bicchieri e dei quartini. Magari guardare fuori che nevicava e c'era la stufa accesa. O riposare dopo una sgambata in montagna, e piluccare una merenda sinoira.
Al Bivio, girando invece a sinistra seguendo i cartelli, non si va solo a Bibiana, Bagnolo, Barge eccetera, dove da secoli lavorano il gneiss lamellare pietra di Luserna) e il raro bargiolino che è una varietà di luminosa quarzite. Si può salire fino al Monte Bracco sopra Barge, alla medioevale certosa della Trappa, dove c'è la Trattoria del Convento, e si guarda in giù nella pianura. Nelle giornate serene il Monviso è di fronte a un passo. Volendo fare due passi i boschi sono a portata di mano, e basta poco per scoprire un mondo silenzioso e selvaggio, con rupi strapiombanti e muscosi ripari sotto roccia, castagneti.
A Cavour in punta alla rocca hanno aperto un ristorante tra le nuvole, con le sedie fuori che sembra di stare su una nave o nella cesta di una mongolfiera, ma fermi. Si chiama genialmente La Vetta della Rocca e ha i tetti di lose.
Battista Giraudo detto Batista o solo Tistin, si fermava sempre agli incroci, quando andava al mercato con la mula imbastata; faceva una sosta anche se non aveva nessun motivo. Stava un po' immobile avvolto nel mantello, il cappello sugli occhi, guardando verso i boschi, pensando quando era in America e gli avevano anche fatto una foto a cavallo nella pampa gringa in Argentina; allora gli bruciava da morire stare in un posto piatto, con l'erba alta un metro, mangiare sempre bistecche e mai insalata, e neanche una montagnola a pagarla. Anche là lo chiamavano Batista, perchè il nome, combinazione, è uguale in piemontese e in spagnolo, sempre con una T sola. Non come Pietro, cambiato in Pedro, o Giovanni che diventava Juan. Poi era tornato a casa e aveva ripreso il filo della sua vita normale, la stalla, i coscritti, la legna per l'inverno. Di quel periodo si ricordava solo due belle parole musicali che gli venivano in testa ogni tanto chissà perchè: <alborada>, che è l'alba, e <cantinplora>, che è la borraccia.
Gli piaceva col freddo, torciare una sigaretta di trinciato e accendere il fiammifero che dava una sbuffata di zolfo nelle narici. Un odore che gli ricordava quand'era piccolo e la mamma accendeva il camino con due rame secche messe sulla cenere ancora calda della sera prima, e che rimandava all'odore di fuliggine del focolare, al profumo delle castagne messe a bollire con due foglie di lauro, e ai rumori della mattina presto, il suono delle catene delle vacche nella stalla, gli schizzi del latte munto nel secchio, il trepestio leggero delle donne di casa, il padre che usciva nel cortile a guardare il tempo.
Dei giorni saliva verso il colle della Gianna e gli piaceva veder spuntare a poco a poco la piramide del Monviso; stava seduto masticando una paglia e il cane Subiet, un pastore bastardissimo dal pelo lungo, si accucciava nell'erba guardando lontano. Pensava soprattutto a Katiuscia, che aveva un nome russo perchè suo padre era stato sul Don ed era tornato casa per miracolo e aveva voluto battezzar la figlia col nome di una santa donna che in Ucraina gli aveva dato da mangiare due patate bollite e lo aveva fatto dormire nalla sua isba durante la ritirata dell'Armir, e poi perchè le katiusce erano quelle tremende batterie lanciarazzi, che chiamavano anche organi di Stalin, perchè avevano tante canne come gli organi di chiesa, solo che suonavano tutta un'altra musica.
Katiuscia - era l'unica in tutta la provincia a chiamarsi così - che aveva due belle poppe bianche e rotonde, morbide, che sapevano di borotalco, e un bel culo fatto a mandolino, ed era capace di meravigliarsi per tutto quello che vedeva e gli diceva cose belle e terribili. Faceva anche delle magnifiche frittate con le erbe, le verdure, le ortiche, la cipolla. Era dolce, o perfida, lunatica; spariva per dei giorni, aveva degli sgangheramenti di umore che la rendevano brusca come una cotoletta in carpione. Ma quando era del verso giusto lo faceva ammattire, con quel modo di parlare cantilenante sconosciuto nella valle, con quel fiato che sapeva di timo e un buon odore tutto suo che emanava dalla pelle, dalle ascelle, dal collo e anche dal cespuglietto nero che aveva in mezzo alle gambe, che Tista non osava neanche ricordare bene altrimenti gli veniva un groppo allo stomaco e un dolore fisico.
Da una parte gli veniva da ridere ricordandosi di quella volta che erano andati a camminare sul sentiero delle Anime che chiamavano così perchè le beghine dicevano che quella era la strada che facevano i morti per andare in chissà quale aldilà. Gli veniva da ridere perchè avevano fatto l'amore cinque o sei volte dal mattino alla sera, fermandosi ogni momento; su un bel masso venato di marmo bianco in mezzo al torrente, in un prato in pendenza che facevi fatica a non scivolare, poi contro un castagno e Katiuscia diceva ma sei proprio un vecchio porco, ma era contenta e gli occhi erano brillanti. Avevano mangiato solo delle pesche rubate la mattina presto con ancor la rugiada sopra. E Katiuscia diceva ma quelle pesche fanno miracoli e giù a ridere mentre allargava le cosce, e il sole batteva sul bianco della pelle e sui peli neri e morbidi, che nell'incavo dell'inguine stavano benissimo altro che superflui.
Stavano tutti e due liberi e selvatici sulle montagne, ognuno a casa sua, e quando s'incontravano era una festa. Le voleva bene, si parlavano di tutto, e andava volentieri con lei per mano al mercato di Busca tra le madame che se la contavano e pensionati che camminavano piano sotto i portici. Una volta le comprò due penne di pavone e un vestitino a fiori da poco prezzo, ma allegro, poi andarono a mangiare pane e toma alla Trattoria del Tramwai.
Era un piacere stare a tavola con la Katiuscia. Mangiava di buon appetito, non come tante che spiluccano appena, chiacchierano e lasciano la roba nel piatto. Fu memorabile una cena alla Cantina dei Passeggeri una sera di dicembre. I vetri delle finestre erano appannati, fuori c'era una nebbia bianca e spessa che copriva gli alberi, infittiva ancora di più la notte, proteggeva, smorzava i rumori.
La magna Margherita stava in cucina da tempi immemorabili, col suo grembiule, le calze scure e i capelli a crocchia, che erano già grigi quando la Muti faceva i rastrellamenti in valle. Cucinava con una scienza che le veniva da generazioni di tegami, soffritti di cipolla e pietanze trattate con amore e senso del risparmio. Portò i peperoni con la bagna caoda, il cotechino con la purea, gli zucchini in carpione, le acciughe al verde, la lingua salmistrata. Fecero cin cin con i bicchieri sopra il cestino del pane, con un buonissimo nebbiolo appena appena frizzante. Sotto il tavolo Batista le toccava le cosce. Gli agnolotti avevano il ripieno giusto, con arrosto, spinaci, pane bagnato nel latte, tutto tritato con la mezzaluna sul tagliere di legno, e fumavano e profumavano prima nella terrina, poi nei piatti, e lui le diceva <ecco sei proprio come un bell'agnolotto>, e lei si faceva uno sbaffo di sugo sulla guancia e lo guardava da sotto in su con gli occhi che ridevano perchè non poteva ridere con la bocca piena. C'erano pochi commensali, una coppia di pensionati che si erano ritirati nella frazione, tre coscritti dell'undici che parlavano di una controversa partita di bocce e un vecchio che mangiava sempre da solo. Si sentiva un lieve brusio dall'altra sala dove giocavano a carte.
Magna Margherita portò il coniglio alla cacciatora, la faraona arrosto con le patate, un pezzetto di bollito e le coste passate al burro, e Katiuscia diceva a Batista che avrebbero potuto stare a tavola così anche fino a primavera e aveva i pomelli un po' rossi. C'era un rapporto così forte tra le cose buone che stavano mangiando, il desiderio reciproco, il piacere profondo di stare insieme, divisi solo dai grissini sulla tovaglia, che il tavolo era diventato una fonte di benefica energia vitale che li avviluppava, li scaldava a fuoco lento. Il trasporto di lui per lei e viceversa, nasceva dal morbido del bollito, dall'odore dell'aglio e del prezzemolo del bagnetto verde, girava intorno alla bottiglia del Nebbiolo, provocava degli sfrigolamenti interni ed era non solo un fenomeno mangereccio, si capisce, perchè i tremori partivano dalle gambe, si congiungevano sul pube, salivano lungo la spina dorsale e scoppiavano nel cervello, spandendosi come una nuvoletta di beatitudine.
Un giorno, anzi una sera, erano alla Barma Monastira. Tirava vento, l'aria era fresca. La luna cominciò a venir su da dietro una cresta, una palla luminosa, magnifica. Una toma fosforescente, interplanetaria. Guardandola fissa si vedeva muovere, salire, lasciare lo scuro del bosco e intanto illuminava i prati e le grange, la grande pietraia dietro la casa, e tutto si schiariva di una luce notturna. Andarono a dormire nella vecchia casa di Batista, nel letto che era stato dei nonni. Una stanza con mobili di ciliegio e castagno, al muro una foto dei vecchi, un odore leggero di muffa e cenere tiepida come nelle vecchie sacrestie. Le lenzuola fredde. La luna si vedeva dalla finestra aperta, attraverso l'inferriata.
Tista stette sveglio il più possibile perchè non gli sembrava vera tanta meraviglia. Emozionante come quella volta della luna, fu una notte di tuoni e grandine, sotto la trapunta un po' sfilacciata. La fiamma della candela sul comodino ondeggiava all'aria temporalesca che entrava dai vetri aperti. Poi si spense. Il buio era interrotto ogni tanto dalla luce azzurra delle saette, e Katiuscia dava dei piccoli gridi di gioia e spavento insieme e si vedevano per un attimo i suoi seni candidi che scappavano da sotto il lenzuolo. Piovve a dirotto a lungo, e l'acqua faceva un bel rumore sulle lose del tetto.