- III -
Sopravvivere
Come fare per sopravvivere ai computer, ai turbodiesel, al fisco, al calcio, alla scemenza, alle puzze? L'unica è scappare appena si può. Chi abita a Torino o nella prima cintura (chi sta a Milano se lo sogna), ha questa fortuna, che con mezz'ora di macchina è tra le colline monferrine, o in mezzo ai canyon, alle praterie e boschi della mezza montagna e poi può andar più su a piedi. E si può far finta che il Piemonte sia soltanto quella fetta della regione che va dal confine con la Francia alla fine delle colline del Monferrato e delle Langhe. Quindi considerare buone per ripararsi solo le province di Torino, Cuneo, Asti e un pezzo di Alessandria. Novara e Vercelli sono troppo lontane. Poi la pianura di Novara è già quasi Lombardia e le montagne sono mezze Svizzere, quindi è come andare all'estero.
E se uno deve scappare e rincuorarsi annusando odori di terra, di fascine bruciate, di letame invernale, di potagè con sopra le bucce d'arancia, non deve passare le frontiere. Se deve illudersi di salvare anima e corpo nascondendosi dietro l'idea, il concetto astratto delle cose, non può andare a sentire il rombo delle autostrade e perdersi tra nebbie e aree industriali. Stabilito che bisogna far finta, allora si può partire con l'animo in pace e vedere solo quello che merita.
Qualche osteria c'è ancora, perfino a Torino, ma siamo alla fine. Sconosciuta alle guide metropolitane una, piccola piccola sopravvissuta proprio per caso, in corso Racconigi angolo via Bardonecchia. Si salgono pochi scalini, e c'è ancora il pensionato che beve un quartino. Non è un'osteria ma comunque un simbolo del vecchio borgo San Paolo, il chiosco che c'è sempre in corso Racconigi, angolo via Frejus. Consigliabile prendere un caffè prima delle sette di mattina, quando stanno montando i banchi del mercato. Sembra quasi di sentir passare il tram numero 20, che non c'è più da trent'anni e faceva capolinea tra le case popolari, all'angolo con via Cenischia.
Introvabile, se non si va a piedi, la cooperativa con dehor in via Matteotti, nel centro storico di Collegno, vicino al castello e al manicomio. I locali pubblici sono indispensabili per ripararsi, bere e sentire cosa dice la gente. Se sono vecchi hanno odori e atmosfere, silenzi. Quelli nuovi non vanno bene. C'è troppa plastica, specchi, marmi, sedie finte tonnet, divanetti in fintapelle, tavolini di finto marmo, tv grosse come comò, aperitivi della casa, olive, e in ciotole di vetro robette secche e gialline che sembrano bachi da seta morti, tramezzini pallidi.
E' magnifico il Grand Hotel Rocciamelone di Usseglio, in val di Viù, aperto tutto l'anno, spesso deserto, anche se una volta ci andavano nobili e alta borghesia. Ha una grande sala da pranzo con mobili liberty e lampadari in ferro battuto, dove i villeggianti mangiano in silenzio affettati, agnolotti o minestrine, arrosto, spinaci e purea di patate: sempre lo stesso menù, buono e confortante.
Cavour: l'osteria appena dopo la piazza del Municipio, di fronte alla chiesa, era storica e formidabile, col pavimento di legno consumato e tutto il resto a posto. Adesso si chiama Caffè della Fontana. L'hanno rifatta tutta, ma è comunque un posto molto gradevole, con belle sedie di legno, travi secolari e volte di mattoni a vista. Peccato che nel vano dove uno si aspetterebbe un grande camino medioevale, in armonia con l'edificio, ci siano due videogames. Tra l'altro l'edificio non è da poco: è nientemeno che il Palazzo degli Acaja, dove nel 1561 Emanuele Filiberto firmo la pace coi Valdesi, concedendo la libertà di culto, libertà che durò poco. Si parla da tempo di mettere una targa per ricordare i fatti, ma pare che sia un'operazione complicata, e la targa non c'è ancora. I forestieri passano, ignari.
Da frequentare il ristorante (ma si mangia solo a mezzogiorno),Locanda del Tramway, con in sala una grande stufa a legna, alle pareti vecchie copertine della Domenica del Corriere, una collezione di caffettiere dietro il bancone, radio degli anni '50, elmi della grande guerra, ritratti e note di cavourresi illustri dell'altro secolo, dal conte Camillo Benso, ai Buffa di Perrero, Giolitti, Luigi Goytre, colonnello del Nizza Cavalleria, Luigi e Alessandro Portis, uno colonnello l'altro geologo. Bruna Petitti e Giuliano Danilo, gestiscono il locale dal 1951, e negli anni hanno raccolto 3.500 pezzi diversi, tutti relativi alla vita di un tempo. In parte sono nel locale diventato un piccolo museo, con gli altri hanno fatto delle mostre in paese.
Se uno non sa dov'è, è difficile capitare per caso al cral Azzurra di Luserna alta,in val Pellice. C'è appena una piccola insegna e un cancello verde che da sul giardino con gioco di bocce e pergolato. Dentro il bar e una saletta per mangiare. Decisamente una delle ultime osterie sopravvissute quasi intatte. Su due mensole ci sono una coppia di chitarre e mandolini e ogni tanto c'è musica live. Una volta c'era una bealera appena fuori, sul bordo della strada, (adesso è coperta), e capitava spesso che qualcuno rotondo, come si dice, andasse a bagno prima di andare a casa. Gli anziani fondatori non si danno pace che sia passato quasi mezzo secolo da quando erano loro a far baldoria.
Barge non è un posto di villeggiatura, ma si può anche fare un viaggio, meglio col brutto tempo, per andarsi a sedere al Bar Roma in piazza San Giovanni, davanti alla facciata barocca, ruvida di mattonacci a vista, della parrocchia. Fino a poco tempo fa era un locale fermo nel tempo, un piccolo museo di se stesso, con una vecchia padrona gentile. Adesso dei giovani a modo l'hanno rifatto con garbo, con legni, mattoni, somiers di velluto cremisi; anche il telefono pubblico è un vecchio modello di bachelite nera. Fuori una bella insegna di latta dipinta che porta la data 1771, anno di costruzione del palazzo, e sul pavimento di quarzite chiara lo stemma in pietra del paese.
Preghiamo il cielo che rimanga così com'è il Caffè Città di Savigliano, sotto i portici di via Alfieri. Ha tre grandi sale dove si gioca a carte e biliardo; tutto perfettamente demode‚ con parquet di legno consumato, le pareti rivestite di legno verniciato a biacca, pensionati che raccontano e ricordano. E' gestito dalla stessa famiglia dal 1924. Fuori, fatti due passi c'è la pittorica piazza Saaantorre di Santarosa, con il torrione comunale, i suoi trenta palazzotti medioevali, seicenteschi, barocchi, uno diverso dall'altro, alti e bassi, qualcuno ben messo, altri pieni di rughe, e, in fondo, il Santorre di Santarosa di pietra e l'arco di trionfo neoclassico. Sotto i portici bassi negozietti e botteghe nuove, regie pasticcerie. La piazza è finalmente diventata un'isola pedonale, ed è stu-pen-da.
A Borgo San Dalmazzo si è salvata per un pelo la Trattoria San Sebastiano, in piazza VI Novembre, arredamento d'epoca, una bella topia (pergolato),di uva fragola, e affreschi naif sui muri. Finchè dura. E mentre uno è lì bisogna assolutamente andare a vedere la bottega di ferramenta Bodino, a due passi, in via Roma 29. Un museo che forse durerà poco. Con le falci, zappe, lampade a petrolio, asce, arnesi per la campagna, tubi di stufa, catene, e fil di ferro, tutto accatastato alla rinfusa in un supremo, secolare e scenografico disordine. Sembra che siano appena passate le Brigate Nere a fare una perquisizione.
Revello è un paese monumentale all'imbocco della valle Po, con un pittoresco campanile isolato in mezzo agli alberi, che incombe sull'abitato. Vale la pena girarlo tutto a piedi per poi andarsi a sedere al Caffè Centro in piazza Denina, vicino alla cappella Marchionale, residuo monumento dei tempi del Marchesato di Saluzzo. Il Caffè c'era già nel 1900, ora è stato rimodernato ma con buone maniere, essendo stati rispettati gli spazi e soprattutto le aure di un tempo. Gentile nella sua semplicità il negozio di casalinghi di piazza San Rocco angolo via Giolitti (grande coerenza anche estetica della toponomastica sabauda), che vende cose normalissime oltre a pezzi in rame a buon mercato. La padrona sembra quasi coeva della bottega, non nel senso anagrafico ma per la cortesia e il nitore semplice della persona, così come il banco di legno lucidato a cera. Un posto che nessuna guida si sognerebbe di citare, ma che da la misura di questa provincia granda, civile e tenacemente attaccata alla sua cultura, espressa in un negozio, in uno stabilimento, in un allevamento di tori.
Alla frazione Colletto di Castelmagno, in val Grana, c'è un posto buffo e tenero, l'osteria Castelverde che ha dispetto del nome ha solo una stanzetta disponibile con quattro tavoli, senza finestre: la signora Mary ci sta da sola, anche se ha quattro figli ormai in giro per il mondo, coltiva un piccolo orto, alleva qualche gallina per la compagnia e prepara polenta e gnocchi al Castelmagno se uno telefona prima. A Campomolino (il capoluogo dove c'è il municipio), c'è anche la squisita accoglienza domestica della trattoria <La Sosta>, che per decenni è stata una pittoresca piola alpina di stanzette basse. Adesso l'edificio è stato rimesso a nuovo, ma è tutto buono come prima. La signora Elisa cucina frittate alle erbe, gnocchi al Castelmagno, polenta e spezzatino, prepara folgoranti acciughe al verde.
Piccola e sempre tranquilla la trattoria commestibili Pelvo alla frazione Chiesa di Bellino, in val Varaita che è anche posto tappa della Gta.Pochi tavoli di legno, il bancone massiccio di larice, con i simboli intagliati della valle, cibo onesto, pace. Se fuori piove o nevica vien voglia di star sulle vecchie seggiole e non muoversi, pensando.
San Damiano Macra, in val Maira, Trattoria Colombero con giochi bocce nel cortile. Si sale una scala, si passa un pianerottolo. C'è ancora,rimodernata, ma sempre con buone atmosfere. Solitaria e domestica la Croce Bianca a Macra, frazione l'Arma. A Cuneo non è male l'Antico Zuavo, in via Roma 23, ma una volta era meglio. Si va solo per mangiare, non per soste e chiacchiere. Qualche miglioria ha subito anche l'osteria Stella D'oro in via Roma 35, nel cortile. Pittoresca. Dieci anni fa era perfetta.
Oncino, valle Po. Si prende un bivio a sinistra, prima di arrivare a Crissolo e si risale la valle del Lenta; attenzione perchè la strada è stretta. Nei giorni di festa è un disastro. La Trattoria della Concordia è in alto sopra la piazza, di fianco alla chiesa. C'è una bella terrazza dove mangiare un panino e bere vino freddo. A Cartignano in val Maira, nella trattoria del Paschero c'era un bella stufa (magari c'è ancora), montagnini con pantaloni di velluto che parlano del tempo, e fuori ragazzi con le moto.
L'Osteria di Campagna del Cudine, frazione di Corio, esisteva, più piccola, già negli anni Trenta. Nel dopoguerra l'ha rilevata la famiglia Picca Picon. Adesso ci sono i giovani che l'hanno rimessa a nuovo. Marco Picca (conosce tutte le erbe aromatiche e commestibili delle Alpi, e forse anche dei Pirenei e dei Carpazi) e la sorella Silvia hanno fatto pochi lavori, molto bene. Un trave, un magnifico camino in pietra scolpito da Marco (chef che ama cucinare sul potagè e a tempo perso lavorare la pietra), delicate ghirlande di fiori dipinte sul soffitto dalla Rita che è la morosa di Marco. Ambiente caldo, montagnardo. Si mangia benissimo e si può cantare. La mamma Ida, del '27,lavora ancora in cucina e nel negozio di commestibili attiguo. Una dei quelle donne che non si fermano mai, fino alla morte. Il patriarca Giaco, classe 1925, padre di Marco e Silvia, duro e nodoso come il ceppo di un vecchio castagno, dopo aver lavorato trent'anni all'Amiantifera, adesso va per funghi, per cinghiali quand'è la stagione, spacca la legna. Non lo dice, ma pensa quando era partigiano e correva come un camoscio per le montagne e non si stancava mai...
E speriamo che duri anche la Locanda Gran Paradiso a Rosone, in valle Orco, semplice semplice, coi tavoli di legno, la stufa, e i proprietari che non sanno di custodire un luogo prezioso di memorie.
Il pane ai giovani non fa nè caldo nè freddo. Mangiano tanta pietanza e poche biove. Per i più vecchi è diverso. Senza pane è quasi impossibile fare un buon pranzo. Il pane migliore in assoluto (forse, che non si può sapere tutto), si fa in provincia di Cuneo. A Venasca, da Martini, piccola panetteria con forno a legna. Marito e moglie da soli e un figlio che studia da architetto a Torino e da grande non farà certo il panettiere. Vale la pena di fare un viaggio. Parola. Buonissime anche le pagnottone campagnole di Torre Pellice, in viale Mazzini angolo piazza Vittorio, di fronte alla Libreria Claudiana. Ottimi i miconi di Rinaudi a San Damiano Macra, di Migliore a Monterosso in val Grana, e anche quelli di Fantone a Paesana, forno a legna sotto i portici della armoniosa piazza davanti alla Chiesa di Santa Margherita, una bella piazza di paese conservata nell'estetica e nelle proporzioni ottocentesche. Buone le miche di Isabello, fornaio a Monpellato, sopra Rubiana, sulla strada che porta al colle del Lys, le biove del panettiere alla frazione Occa di Envie e della panetteria di San Rocco a Barge servite con garbo da una gentile panatera che si chiama Elisabetta.
Sempre facendo finta che il mondo non sia cambiato, o che sia rimasto solo quello che ci piace di più, si può andare per abbazie, conventi, chiese campestri, piloni votivi, vie crucis di collina. Uno crede di sapere quanto basta, perchŠ magari è andato una volta alla Sacra di San Michele, o a Superga, ma ci sono tante di quelle cose da scoprire che appena si apre, una guida sulla Novalesa, per dirne una, ci si perde in storie che hanno mille anni: frati, asceti, anacoreti, Saraceni, Longobardi, milizie mercenarie, roghi di streghe, l'Inquisizione, imperi economici immensi anche per l'epoca, Napoleone e fino alla Resistenza. Come per esempio l'Abbazia di Casanova, a pochi chilometri da Carmagnola sulla strada per Poirino. Anche quì bisogna vedere - la facciata di mattoni, il grande giardino con ciliegi - e poi lavorare d'immaginazione. Escludendo dalla vista le auto parcheggiate davanti, i tralicci dell'alta tensione nella campagna vicina. E' un po' come fare fotografie, isolando un particolare dal resto. Togliendo dettagli che non c'entrano con l'immagine che uno vuole realizzare. Così si fanno anche dei falsi, si capisce, come chi fa magnifiche foto di animali selvaggi allo zoo, tagliando sbarre e visitatori.
E le colline? Ottimi posti anche col cattivo tempo, con la nebbia e la brina, il fango gelato, le ruere dei trattori nelle strade sterrate, gazze e cornacchie. Stoppie di granoturco, i filari delle vigne orlati di galaverna, boschi dove le foglie secche crocchiano sotto i piedi. Se nevica diventa tutto un presepio. Ma bisogna andare a piedi, in silenzio. Sarebbe bello fermarsi in una cascina a bere un bicchiere, chiacchierare con un anziano che fabbrica scope di saggina, o intreccia una cavagna di salice, come si faceva una volta, ma i tempi sono cambiati. Ci sono cani tremendi, e i padroni di casa non si fidano. Ma conoscendo qualcuno che poi ti presenta un altro, diventa facile.
Si potrebbe prendere un paese e andare a scoprirlo. Per esempio Agliano d'Asti, vicino a Montegrosso, confinante con Castelnuovo Calcea, patria di Angelo Brofferio, con Calosso, Mombercelli, Costigliole. Zona epica di fierissime barbere. Intanto è un paese quasi in mano alle donne. Il sindaco Bianca Gentile, energica e simpatica, Jole Mercado, il segretario (a) comunale, Lucia Barbarino, la direttrice della scuola alberghiera (una delle più apprezzate del Piemonte), Mimma Baldi, factotum in municipio che si occupa di anagrafe, amministrazione, pubbliche relazioni e scrive novelle, Tiziana Taricco, direttrice della casa di riposo. Ci sono le Terme (uniche nell'astigiano), con l'Hotel delle Fonti, quasi trecento produttori di vino tra grandi e piccolissimi, da Trinchero che esporta anche in Giappone, ai Pavia, ai tanti Bologna (i fratelli Duilio ed Elio hanno creato un nuovo vino che hanno chiamato <Caratel>, dal vecchio nome dialettale del barrique, la tradizionale botte da invecchiamento da 225 litri), alla cantina di Agostino Pavia e figli che producono tra l'altro un barbera di un cru che si chiama la Marescialla che vale tutti i rossi di Francia. C'è uno straordinario centro agrituristico alla frazione Val Rotonda, con interni luminosi, sale da pranzo con camino e decorazioni in terracotta fatte a mano da Giancarlo Chiriotti, titolare, che è anche un cuoco geniale. Si mangiano cibi così buoni da far ammutolire, come il flano di cardi con fonduta, la verza ripiena, il pasticcio di fegato con cipolle, gli agnolottini di verdure, il coniglio con cipolle e rosmarino.
Volendo si può anche viaggiare solo sulle carte topografiche, quelle al cinquantamila; e fare esercizi di analisi dei toponimi, cioè dei nomi delle località. Gli <igronimi> (nomi dei fiumi> e gli <oronimi> nomi delle montagne, da cui derivano tanti altri. Intanto il dialetto appare dappertutto, emergendo da stratificazioni linguistiche che hanno perfino radici anteriori alle colonizzazioni indoeuropee, con parole che arrivano dagli Urali, dalla Francia, dalla cultura celtica, da dimenticati linguaggi ugro-finnici.
Pensiamo a come si definisce il concetto di frazione o gruppo di case. In montagna si usano tanti modi: Ruata (il nome precede il nome proprio, esempio Ruata Rossi), poi ci sono Prese, Tetti, Prato, il semplice Case (Case Sparse, bellissimo, essenziale), Balma, Baite, Rio, Grange (famose le Grange Sises al Sestriere, dove ormai non c'è più nemmeno l'odore del fieno o di una busa), Alpe, Comba, Cantone (nel Canavese), Serre (diffuso nelle valli valdesi e chissà che non ci sia un rapporto con lo spagnolo <sierra>, che indica una catena di montagne?), <Gias>, che non vuol dire ghiaccio, ma la lettiera della stalla, e per estensione un alpeggio; poi il comunissimo Bric (collina), e Truc, che indica una modesta elevazione.
Muoversi tra i rilievi colorati delle carte, i reticoli sinuosi dei sentieri e delle curve di livello, consente una maggiore libertà d'immaginazione. Sulla carta non si vedono discariche abusive, brutte seconde case, tralicci. Il mondo è ridotto in scala e si può pensare bello.
S'incontrano nomi misteriosi, sinistri, curiosi: una montagnotta in val Sangone che si chiama Carra Saettiva (la radice <car> è diffusa in tutte le Alpi, ma <saettiva> vuol dire che attira i fulmini?), un'altra sopra Condove detta <Tomba di Matolda>, in memoria di un'antica leggenda longobarda. Ci sono i laghi di <Frema morta> in valle Stura (Cn), (frema in occitano vuol dire femmina, donna), il vallone del Tiraculo che sale da Giaglione verso il rifugio Vaccarone, e che la dice chiara sull'erta del tragitto, come il sentiero che sale dal rifugio Gastaldi al lago della Rossa che si chima <Il calvario>. Poi nomi come Punta Maledia (maledetta), nelle Marittime, la frazione Desertetto in valle Gesso, il vallone Infernetto in val Pellice.
Sui monti ci sono tanti nomi, che testimoniano che in quota la gente non si è mai divertita tanto. Mai. <Pian dei Morti>, ce n'è dappertutto (sotto lo Chaberton, e a metà strada per il rifugio Gastaldi in val di Lanzo e per andare al Prà in val Pellice), ci sono tante tante cime o punte Rognose. E quì l'etimo è incerto: può riferirsi all'aspetto spelato della montagna o al fatto che è di difficile ascesa per via delle pietraie, dei ghiaioni, delle rocce friabili e malsicure che comportano un passo avanti e due indietro.
Poi ci sono i nomi degli animali, che non richiedono indagini etimologiche, perchè luoghi battezzati <in chiaro>, in tempi relativamente recenti da pastori, montanari, taglialegna, carbonai. Il <Becco del Lupo> sopra Avigliana, i valloni Serpentera e del Cavallo e un Pian del Lupo, nel parco di Chiusa Pesio; Colle del Mulo in val Maira, Pian dell'Orso, Monte Orsiera, Pian delle Cavalle e la punta dell'Aquila in Val Sangone, il Pian delle Mule in val di Lanzo, colle dell'Asino, Rocca Camoscera, Roc du Ciatt (Rocca del gatto), e Borgata Merlera in val Sangone, un Passo del Bue nelle Marittime. Alle falde del Monte Lera (Valle di Viù) cè‚ il magnifico toponimo franco provenzale <Barma dla Crava> (Barma=balma=Alpe, della capra). Il colle della Ciabra (seeempre la capra), tra le valli Varaira e Maira sopra il santuario di Valmala. Poi il Colle dell'Agnello (Val Varaita) e il Ghiacciaio dell'Agnello (val di Susa), il Couloir del Porco (Monviso). A parte l'orso e l'aquila e il lupo, stranamente non ci sono fonemi legati ad altri selvatici. C'è un Cervere (ma è in pianura), un torrente Cervo nel biellese, un Cervasca (Cuneo). Non una traccia scritta di cinghiali, daini, linci, stambecchi, marmotte, gufi. Mah!