- VII -

 

 

 

 

Donne nude in montagna non se ne vedono mai 

 

 

 

La montagna non è rude nè dolce, non traditrice nè matrigna, nè scuola di vita. Nessuno, cretino a livello del mare, migliora se portato a duemila metri. La montagna se ne sta semplicemente per i fatti suoi a guardare per aria. E ogni tanto deve sorbirsi qualcuno che delira,la idolatra, l'insulta, ha crisi mistiche. E' vero tuttavia, che da un punto di vista antropocentrico, a differenza del piano, è un posto che può ispirare sicurezze, poichè i luoghi impervi sono poco frequentati. In pianura, in campagna, in collina, può sempre arrivare un trattore, un geometra, un ispettore dell'Inps in servizio. Il bello della montagna sta nel fatto che ognuno distilla le essenze che vuole, rischiando la vita su cascate di ghiaccio, o sul settimo grado (ma basta anche meno), marciando diciotto ore su un ghiacciaio o limitando l'attività alle sue modeste forze. Ricavandone comunque grandi piaceri fisici, estetici e psicologici. Ed è sorprendente  considerare quanti spazi liberi ci siano ancora, e che il loro accesso sia gratuito. Speriamo che duri.

 

In viaggio verso il colmo della valle, in fuga dalla pianura, verso una salvezza presunta. Appena uno s'infila gli scarponi va subito meglio. E' ovvio che lo scarpone in sè non è niente, se non un manufatto di cuoio o polimeri. Ma basta metterlo ai piedi perchè cambi identità e diventi uno stivale delle sette leghe, stimolando capacità inedite al suo utente. Il vibram è duro, forte, avventuroso. Perfino sexy, richiamando il concetto di una bella vitalità naturale. Va un pensiero riconoscente al Vitale Bramani buonanima, geniale calzolaio veneto che lo inventò già prima della guerra battezzando la nuova suola con le sue iniziali. Anche lo zaino, quando non è un peso inumano, ma solo un adatto contenitore di cose necessarie,  travalica le sue funzioni terrene, e diventa un socio silenzioso e affidabile, e fa compagnia, appollaiato sulle scapole.

Momento di meditaziome davanti ad una grangia perfetta, che neanche ad immaginarla riusciresti  a pensarla cosi giusta nelle proporzioni, nei materiali, nella composizione armonica dell'insieme dei volumi. Perfino negli odori. A farla oggi ci vorrebbe un fior di architetto, calcoli e disegni, mentre questa l'hanno fatta, a occhio, montanari che magari non sapevano nè leggere nè scrivere. La pietra muschiata e ossidata dei muri a secco, le grate di legno tagliate con l'accetta, il trabial (fienile) coi suoi aromi sottili, persistenti, la lobia, il balcone di legno camolato che sta su per  miracolo. E il portico perfetto, essenziale, luogo di lavoro, ricovero e protezione per il brutto tempo, ricco e allusivo, poetico (per noi naturalmente).

Un po' di paglia a terra, mista a foglie secche e fili di fieno. La panca che traballa contro il muro, la porta pesante, di castagno, da chiudere col cordino o un fil di ferro. L'inferriata forgiata dallo stesso padrone di casa, che ai suoi tempi era fabbro, muratore, falegname, pastore, tessitore, scalpellino. E pensare di sedersi e stare lì a sentire gli odori, e magari un chioccolìo d'acqua, e non muoversi mai più. Solo che c'è la fregola segreta che dopo un po' ti spinge in discesa, e ti sbrani la coscienza e il ben dell'intelletto perchè bisogna decidersi o su o giù. E scegli di andare giù, nonostante tutto. Non sapendo bene perchè alla fine si deve vivere sempre a brandelli, un pezzo di quà e uno di là.

Nel vallone di Arnaz in val di Lanzo, il sentiero che dovrebbe salire a incontrare l'altro che arriva da Margone, più in alto si rivela impraticabile, sepolto dagli ontani nani, da ortiche, lamponaie, e rovi da machete. La luce del mattino estivo - con tempo incerto fra sole e pioggia - è sciamanica e tangente, come irradiata dal fogliame del bosco, radente i tronchi e le felci. La frazione di Arnaz Inferiore, sta tra grandi faggi, pioppi bianchi ed enormi dal fusto pallido, betulle giganti e una mandria disordinata  di massi grandi come case, precipitati al tempo di Noè dalle sovrastanti bastionate della Torre d'Ovarda. Le grange sono in un naturale labirinto di gneiss, una scenografia muscosa, coperta di licheni, rossi e neri. Il sambuco e il sorbo sono cresciuti tra le rovine pseudo incaiche, nelle cucine, la cui funzione s'indovina dalle pareti nere di morchia e fuliggine fino al tetto, oggi scoperchiate e aperte al sole e alla pioggia.

Ci sono ancora due famiglie che si ostinano a portare le bestie agli alpeggi d'estate. Dalle stalle con le volte basse e finestrini da sette nani, escono rivoli di liquame bovino che debordano nei cortiletti selciati e sulla mulattiera. La frazione è un insieme di pietre e merda. Una volta non ne andava sprecata nemmeno un grammo; oggi non si fanno più lettiere, i gias - non parliamo della paglia che costa più del frumento - ma nemmeno di foglie. Perciò la naturale lordura va in rigagnoli per prati e prode, concimando ortiche e spinaci selvatici.

Batista, un vecchio pastore, gentile, classe 1912, guarda le sue vacche pezzate verso l'Alpe Barnas e grida ordini e insulti amichevoli al cane. All'inverso sono tutti cespugli di ginepri, mirtilli, rododendri. All'indritto (a mezzogiorno), prati e terrazze fino alle creste pi— alte. Dice il vecchio: <Ho zappato anch'io lassù, ancora nel '45, per seminare un po' di segale. Il mio trisnonno era del 1801 e stava già quì; di giorno lavorava per gli altri, e di notte coltivava i due campi che aveva. Noi andavamo a portare la terra e la drugia (letame), con le gerle fin lassù dove passa la funivia - e indica un posto lontanissimo perso tra il crinale e le nuvole - tutto per dare da mangiare alle masnà (i bambini). Abbiamo cominciato a fare i signori solo dopo la guerra>.

I bovini del vallone di Arnaz hanno ottimo e sano metabolismo, come testimoniano le fatte nei pascoli e sul sentiero, larghe e spiaccicate come polente, incommestibili per i cristiani, ma ambite dai ditteri montani che s'infilano e sguazzano, mangiano a quattro ganasce, fanno brusio e salotto. Ci sono esemplari di razza bionda con gambe lunghe e buon appetito, che hanno colonizzato una collina di merdone rapprese e ronzano senza una vergogna, praticando la coprofagia di gruppo. Su una pietra chiara una cavalletta dallo scafo corazzato verde e arancio, in riposo i leveraggi delle zampe, guarda in cagnesco un calabrone di pelo nero, con la faccia da canaglia.

Più lontano una marmotta salta su da un anfratto dove stava prendendo il sole senza niente addosso, e spara un potente fischio di allarme e protesta, correndo poi come una matta fino alla tana. Non entra, si ferma, si volta e stranfiando dice allo straniero: embè?

Siamo sempre in valle di Lanzo. Nella piccola frazione di Vru, a tre chilometri da Cantoira, mille metri d'altezza, tra castagni, pascoli, faggi e betulle, c'è una piccola meraviglia nascosta: il presepe meccanico costruito in vent'anni di lavoro paziente da Francesco Berta, detto Cichin,classe 1924, nato e vissuto sempre a Vru. Nel diorama ci sono una quarantina di personaggi intagliati nel legno, ma le figurine crescono continuamente. Cichin continua a fabbricarne pazientemente anno dopo anno. Un lavoro infinito, che riempie le sue giornate di pensionato geniale e instancable.Da giovane ha lavorato alle miniere di talco nella comba di Vrù a quota 1600 metri: a piedi tutti i giorni andare e venire, poi ha gestito il cinema del paese finchè la gente non ha comprato la tv. Ma non ha mai smesso di essere anche un contadino di montagna con qualche vacca e capre nella stalla. Insieme ad altri paesani ha rifatto il tetto della chiesa e del campanile della frazione, combinando due cupolette coperte di lose mai viste in valle. Due anni fa si è costruito nel prato di fronte a casa, una Mole Antonelliana di pietra altra cinque metri, perfetta nei dettagli: <Avevo una foto in casa - dice - e ho pensato, mah, magari la faccio>.

Giustamente ce l'ha con la Cee, la Provincia, la burocrazia in genere <che fanno di tutto per far passare la voglia di lavorare>.

Guido Ferro Famil, guida alpina di Usseglio, della dinastia dei Vulpot - cosiddetti dal capostipite ottocentesco, famoso per la sua sveltezza - conosce ogni anfratto della sua valle, e accompagnò in passato geologi e riercatori, a caccia di vecchie miniere, possibili filoni di metalli nobili, improbabili giacimenti di minerali.

La cava di amianto di Balangero - attivata nel 1914 - non è più in produzione dal 1990. Tutto è fermo: escavatori, nastri trasportatori, dumper, compressori. La montagna, scavata per decenni, è diventata una voragine paurosa, ciclopica. Nel fondo le acque di falda affiorando, hanno creato un autentico lago - si potrebbe andare in barca a vela - circondato da un circo immenso di gradoni rocciosi. Ma lo spettacolo si puù vedere solo dall'alto, dalla strada che da Corio porta a Coassolo, deviando sulla sinistra su una carrareccia al Colle Forcola. La vista è impressionante, non solo per lo specchio d'acqua, immobile in fondo alla voragine, ma per le colline di detriti accumulate intorno. Tutta la montagna è rosicchiata e smangiata, ridotta in colline di ghiaia, per tutti i secoli dei secoli. Dicono che bisognerà spendere miliardi per bonificare tutta la zona.

Nella frazione Fragnè di Chialamberto, al confine con la località Prati della Via, in un punto verde e pianeggiante sulla destra, salendo, della strada provinciale, c'è una vecchia miniera di pirite (minerale di ferro) abbandonata da una ventina d'anni. I primi scavi risalgono alla fine dell'800 seguito dal boom durante la Grande Guerra. Siamo a quota 800 metri circa, ai piedi della Bellavarda. Ci sono capannoni con tetti di lamiera variamente arrugginiti, e cumuli pietrificati degli scarti della lavorazione. Il minerale a suo tempo veniva avviato in camion a Portogruaro; i minatori erano soprattutto sardi e toscani, pochi i valligiani. La proprietà era lontana, a Milano, i nomi dei padroni non li ricorda più nessuno. L'impianto venne dismesso e abbandonato alla fine degli anni sessanta, (si estraeva anche un po' di rame), perchè ormai antieconomico.

Sono rimaste scale in ferro corrose, rivoli d'acqua col fondo muschiato, conoidi di inerti e pietre ossidate, muraglioni mezzi crollati, resti di binari della decauville, con tre vagoncini arrugginiti e deragliati su una terrazza cento metri sopra il fondovalle. Gallerie s'inoltrano per centinaia di metri nella montagna: mezze franate e allagate, impercorribili, con pozzi improvvisi per l'aerazione, alcune con gli ingressi murati. Un reticolo sotterraneo buio e cieco, pericoloso da esplorare. La montagna intorno Š tutta terrazzata, colonizzata da betulle e castagni, tra rivoli ocra e grigi di terre rapprese, colate di acque che striano di nero le rocce. I locali industriali senza vita  hanno salnitri sulle pareti, sono ingombri di foglie secche e fanghi solidificati color zolfo. Fuori vecchie cataste di legna, sbiancata dalla pioggia, dal sole, dalla neve. L'area - dice il sindaco - sarebbe da recuperare, ripulire, riconvertire, ma non c'è una lira. Ma poi siamo sicuri che non sia meglio se resta tutto così com'è? Mah!

 

Vallone di Subiasco, detto degli Invincibili, alta val Pellice, sopra la frazione Bessè di Bobbio. Canyon aspro con coni aguzzi di serpentini; il sentiero è obbligato, tagliato alla base di grandi bastionate e muretti a secco; oltre metà strada c'è una bella sorgente con un tubo di gomma, e vicino un bicchiere di vetro per servire gli assetati. E'lì da anni. Ogni tanto si rompe e qualcuno provvede a cambiarlo. Nel percorso verso la Barma d'Aut, alpeggio aereo a 1.532 metri, passa fra quattro successive forcelle rocciose facilissime da difendere. I barbet in fuga nel 1600 ebbero buon gioco contro i mercenari savoiardi. Un uomo solo poteva impedire il passaggio, anche solo sputando in faccia ai tagliagole cattolici.

Appena fuori dal tracciato spine, e ginepri, terreno difficile, ripido, pietraie, pascoli erti e scivolosi.

Barma d'Aut ha di fronte un promontorio e in punta piccole grotte naturali che servono da ricovero per gli ovini. Le svelte caprette quando sono a casa hanno una vista solenne verso il fondovalle e ruminano avendo pensieri serafici.

Montagna? Solitudine, silenzio, libertà. Il basto e le cinghie dello zaino scricchiolano dolcemente, come la sella di un cavallo al passo in qualche steppa, o come il fasciame di una vecchia goletta che si dondola alla bonaccia. Sul sentiero è bello notare la dinamica dei passi. Le gambe che scelgono in una frazione di secondo i movimenti giusti guidando i piedi, coordinando il complesso delle articolazioni, l'anca, il ginocchio, la caviglia. E tutto funziona perfettamente da sè: muscoli, tendini, nervi, legamenti. Si può fare un gioco: non fare assolutamente rumore, evitando di pestare foglie secche, ramoscelli, sassi instabili o non lasciare orme, nè segni anche minuscoli del passaggio. E pensare cosa doveva essere camminare su queste mulattiere al tempo dei partigiani, quando dovevi stare attento alle spalle, e aver paura degli spioni, o scappare in salita magari con gli scarponi rotti, senza mangiare, uno zaino da morire, le armi, e vedere in fondo alla valle nazisti o repubblichini che venivano su implacabili, e adesso invece puoi andare a passeggio tranquillamente, guardare il panorama e fare fatica per il gusto di farla, con pedule tecnicissime, morbide, leggere, abbigliamento adatto, e pile e fornellini e alimenti energetici.

Al lago della Manica, nel parco dell'Orsiera, a metà settembre, le cavallette danno i numeri. Saltano a casacccio senza cognizione, finiscono in acqua come fosse una scelta. Nuotano un po' come non avessero fatto altro nella loro breve vita di ortotteri, poi affondano e annegano. Altre - è il periodo della riproduzione - stanno strenuamente una sopra l'altro (o viceversa, chissà se il maschio sta sopra o sotto?) e saltano insieme. Il coito diventa una fatica, e il piacere a occhio e croce, non sembra granchè. Negli intervalli tra un balzo e l'altro riposano tra i fili d'erba e guardano in giro facendo finta di niente.

Sempre nel territorio dell'Orsiera col direttore del centro di Pra Catinat, Boris Zobel. A dispetto del nome è torinese. E' curioso di animali, montagne, psicanalisi. Fotografa le nuvole dalla terrazza del suo alloggio, che è come la tolda di un piroscafo in navigazione tra le valli. Tra gli interstizi del dell'immenso ponte-pavimento crescono piantine di genepy.

Tra i suoi passatempi guardare al microscopio un frammento di muschio, entro cui vivono centinaia di insettini, vermetti, vite microbiche sconosciute, un universo pieno di vita, chiuso in un centimetro cubo tutto verde. Raccoglie le borre dei selvatici nascoste tra l'erba, aghi di pino e strobili secchi. Le borre sono dei rigurgiti, ridotti a bioccoli lanosi, del pasto dei rapaci (gufi, poiane, falchi, allocchi) e si chiede, cacciando le mosche con un ramo di artemisia: <Non saranno invece stoppacci dei fucilieri francesi del generale Catinat?>.

Difficile più oltre risolvere l'interrogativo di vari escrementi sui sentieri. Sono di cervo, camoscio, volpe? E quelle sono invece del gallo forcello?

I picchi hanno forato perfettamente i tronchi dei larici per il nido: un buco rotondo, poi un cunicolo che gira a novanta gradi all'ingiù. Bello.

Basta mettere una mano vicino a un formicaio - una montagnola di aghi di pino e rametti - per avere spruzzato sulla pelle  l'acido formico della formica rufa che difende la casa, i figli, il lavoro dagli estranei. Puzza.

Dall'altra parte del parco in val Sangone, verso il colle della Rossa, d'inverno col sole e una bava di vento. Le avventurose foglie dei faggi saltano sul sentiero come ranocchie. Una piccola tromba d'aria si fa una suonata e via, dopo dei mulinelli silenziosi. Qualche foglietta secca attaccata al suo ramo, presa da un firulino d'aria, fa frrrr e vibra eccitata. Al tramonto si ferma, esausta per l'interminabile orgasmo eolico.

Nei boschi ogni tanto, inchiodati agli alberi, ci sono cartelli di lamiera bianchi, con una riga rossa di traverso, e su scritto <Zona di rifugio>. Ma vale solo per gli animali. Vuol dire che nessuno può fucilarli o molestarli. Mammiferi e uccelli sono al sicuro. Ma perchè oasi riparate solo per le bestie? Sarebbe necessarie zone di rifugio anche per la specie umana. Aree protette dove fosse interdetto l'ingresso a uomini in divisa, burocrati in servizio, imbecilli, autorità, psicopatici. Terre libere e vergini, extraterritoriali, dove stare in pace, guardare le nuvole, tacere.

La fortezza di Fenestrelle sale come uno spropositato dinosauro di pietra per quasi mille metri: dal forte San Carlo in fondo valle, alle ridotte più alte di Elmo e Belvedere, passando dalla vertiginosa garitta del Diavolo appollaiata su uno sperone aereo. Una specie di muraglia cinese in scala ridotta. Dentro l'immane labirinto ci sono camerate e cappelle, forni per il pane, e camminamenti, ponti levatoi, celle di punizione, camerate gelide, polveriere, postazioni d'artiglieria da decenni senza bocche da fuoco. Fatiche ciclopiche di generazioni di carpentieri, muratori, scalpellini, fabbri. Il ridicolo è che il forte non ha mai partecipato a una battaglia, essendo sempre stato aggirata a monte. Più che altro ha funzionato da deterrente e da galera. In una delle celle del Padiglione Ufficiali, Xavier De Maistre abbozzò nel 1790 il suo <Viaggio intorno alla mia stanza>, mentre scontava 40 giorni di fortezza a causa di un duello.

Oggi c'è silenzio come a Machu Picchu quando non ci sono turisti. Si sentono solo i versi dei codirossi e magari lo strido di un'aquila. Ci sono penombre gelate, buchi scuri e mortali nei corridoi; pozzi, fossati asciutti, macerie erte. La scala coperta, di quattromila gradini, con muri a prova di bombarda, che sale dalla piazza d'armi del forte San Carlo fino alla ridotta dell'Elmo, passando dalla Batteria dell'Ospedale, è interrotta in più punti; i ponti levatoi sono andati distrutti e non si passa a meno di acrobazie. Tutto quello che si poteva rubare è sparito. Il resto si sgretola piano piano e viene mangiato dal bosco che avanza in silenzio.

Da qualche tempo la Pro Loco organizza visite guidate.

Alto vallone di San Bernolfo, laterale alla valle Stura, provincia di Cuneo. Fu una bella gita ,tanti anni fa, col mio amico Giancarlo Perempruner che mi portava a scoprire la <sua> provincia di Cuneo. Dal passo della Guercia al passo del Bue, che è un varco striminzito a 2.600 metri, dove un bue non ci passa proprio, e nemmeno un vitello. E' un passaggio fra due rocce a <V> cui si arriva dopo un sentiero aereo, mezzo franato, tracciato dagli Alpini negli anni trenta. C'è una piccola caserma blindata e diroccata sotto il passo; su dei sassi una bomba di mortaio inesplosa, abbandonata, chissà di quale guerra o resistenza o esercitazione in tempo di pace. Una presenza cretina e sinistra, la punta e la coda mangiate dai colpi di qualche incosciente escursionista aspirante artificere e mancato suicida. Più sotto, a monte del rifugio del Laus, dei ricoveri militari, sono stati trasformati in stalle.

Una pastora sui quaranta, vestita di nero, la faccia dura e diffidente, come nelle fotografie dei tempi del duce, accudisce le bestie, con gli scarponi piantati nel fango. La figlia forse 16 anni, calzoni corti, bella fighetta, chissà cosa sogna. Spiagge, discoteche, il motorino, videogames. Invece fischia alle manze e va a mungere le vacche tenendole ferme con due dita nelle froge. Poi scappa a valle dopo il tramonto. Tornerà domattina per un'altra giornata faticosa e solitaria.

Primi di giugno, anni fa, salendo alla conca del Prà, in alta val Pellice: c'è un gran traffico di acque di disgelo. Acque chiare, senza un vibrione, senza una salmonella e nemmeno cromo, olii minerali, rifiuti. Sembra perfino strano. A Villanova, dove finisce la strada e comimncia la mulattiera, due muli imbastati scalpitano carichi. Succedeva quando non era ancora stata fatta la strada fino al pianoro. In giro ci sono già animali al pascolo. I montagnin sorvegliano, mai cambiati. Pantaloni di velluto, cappello di feltro, camicia a quadri, ombrello, bastone. Salutano la gente che passa e stanno sotto la pioggia come indios.

Ma quanto può valere un uomo o una donna così? Quanto costerebbe alla comunità, per ipotesi, l'istruzione di un valligiano? Insegnargli tutto dall'a alla zeta, della montagna: il fieno, le patate, i nomi dei fiori e delle erbe, delle fontane, le storie dei vecchi, il patois. Invece sta lì gratis, a disposizione di chi vuole parlare, ben contento di scambiare due parole con i forestieri educati. Senza pensare di valere un Perù.

Al Prà è già aperta la Ciabota, ottocentesca osteria (funziona dal 1830) locanda con antiquati letti cigolanti. I padroni, la famiglia Cairus, sono al lavoro con bovini, ovini, galline, maiali. Sulla fontana sono stesi panni al sole, le braghette dei bambini sono di lana, fatte a mano. La toma è erborinata e forte, il vino freddo. Al tramonto, bevendo un genepy o una genziana, si sta seduti su un muretto tra la Ciabota, la montagna di ieri, e il rifugio Jervis, quella di oggi. Il custode del rifugio, la guida Robert Boulard, ha un fuoristrada giapponese, affitta mountain-bike, dà lezioni di arrampicata libera, e ogni tanto accompagna clienti in giro, magari sulle Ande o in Himalaya. Ma guai a togliergli il <suo> rifugio. Ci sta benisssimo estate e inverno, come un topo nel formaggio.

Mentre cala il sole l'ambiente pastorale regala momenti di rara felicità e calma. Le galline sono al coperto,i maiali dormono, le vacche sono nella stalla dopo essere state munte. Si sentono voci piemontesi, occitane, ma anche francesi, tedesche, e nessuno è straniero. Il mondo è una meraviglia.

La Sacra di San Michele la conoscono tutti, almeno di nome e di vista, appollaiata sulla vetta rocciosa del monte Pirchiriano, a picco sull'abitato di Sant'Ambrogio nella bassa valle di Susa. La maggior parte dei visitatori sale in auto e fa cagnara di domenica. Ma una esperienza consigliabile è raggiungere la vetta a piedi, percorrendo l'antichissima mulattiera selciata che parte dalla piazza della parrocchia di sant'Ambrogio, dietro il roccioso campanile medioevale, a base quadrata, fatto di pietre annerite.

Anche chi non cammina abitualmente, può sobbarcarsi la fatica (un'ora e mezza circa), ripagata dalle buone vibrazioni che vengono dall'ambiente, dal tracciato percorso a suo tempo, da migliaia di pellegrini. Avendo voglia si può salire di notte, con la luna piena. Le pietre del viottolo sono chiare e indicano la strada anche quando questa passa nello scuro del bosco. Si sentono i versi delle civette. Può capitare di sentir grufolare un cinghiale nelle forre. E si sentono i treni notturni passare in basso, da e verso la Francia. Nel silenzio non passa il treno, passa l'<idea> del treno, il suo concetto rumoroso, l'essenza un po' misteriosa di questo convoglio invisibile che va chissà dove, con sopra chissà chi, in bilico sui binari, centrando infallibilmente le gallerie anche al buio. Di giorno uno non ci penserebbe nemmeno.

Il cane da pastore che guarda le pecore all'Alpe Crosenna in punta alla val Pellice, di pelo lungo biancastro, ha buon senso e professionalità. Distingue a naso il passeggero innocuo da chi pratica il furto di madie e l'abigeato. Si vede che è un cane zen e mangia solo cose macrobiotiche. Da come guarda e si gratta si capisce che ha letto <Il libro tibetano dei morti> e che gli è piaciuta a suo tempo <La ballata del vecchio marinaio> di Coleridge, anche se non ha mai visto il mare. Ti gira intorno tranquillo (abbaia, corre, ringhia, solo se necessario, per lavoro) controlla se c'è qualcosa da sgranocchiare di extra, starnutisce in segno di amicizia se gli fai una carezza. Poi torna a controllare la casa e il gregge, visto che il padrone è più in basso e verrà su solo al tramonto.

Camminare sulle montagne di casa non è solo un contatto fisico con un ambiente naturale. Andare a piedi nel deserto, in una savana, su un sentiero nella giungla, sul bordo di una scogliera senza intorno segni umani, è altrettanto emozionante ed epico. Ma la montagna domestica dà in più, oltre il silenzio e l'isolamento, la consapevolezza di un rapporto ancestrale con la terra, le pietre, la gente che c'è e che c'è stata. Le immanenze vengono fuori dalla macchia gialla del maggiociondolo, dalle pietre lisce del sentiero, dal raro giglio martagone, dal glin glon dei campanacci di una mandria al pascolo, dall'odore di fieno, dalle facce dure dei paesani. Il saluto in dialetto sul sentiero, fa scattare scintille subliminali, silenziosi tellurismi interni alla coscienza, emergenti da un pozzo profondo che non sai dove va a finire.

 

Donne nude in montagna non se ne vedono mai. Pensare che sarebbe bello, coricato in un pascolo, con l'odore forte del timo serpillo, intrufolarsi fra i riccioli neri, tra le gambe di una, con un bel controluce. E una punta piena di neve che viene fuori da dietro la curva sinuosa di un fianco. Mai che giri il gomito di una mulattiera e vedi lei - che cerchi sempre e non trovi mai - sdraiata su un lastrone di serpentino, i vestiti buttati nel prato, i seni all'aria, e ti dice, <Ce ne hai messo del tempo ad arrivare>. E spiega che viene da Arles, e i suoi erano della valle Stura. <Sono solo di passaggio, domani devo andare a Pietraporzio all'anagrafe, poi parto per Port-au-Prince per lavoro. Stai lì un momento che vado a bagnarmi i piedi nel torrente>. E se ne va all'acqua, muovendo appena le natiche rotonde.