- VIII -
Beati Bergè
Noi andiamo beati per le montagne. Ci va bene il poco cibo, dormire per terra nel fieno di una baita o tra le vecchie coperte di un rifugio, stare al troppo caldo o al troppo freddo, sapendo che si tratta di situazioni temporanee. Per i montanari è sempre stato diverso come testimoniano i tanti toponimi che raccontano invece le gramizie di vite sempre in salita. Eppure sono gli stessi posti dove escursionisti e alpinisti viaggiano con grande piacere. Questione di punti di vista. Le località si chiamano Frema Morta, Vallone della Rovina, Pian dei Morti, Desertetto, Valdinferno, Vallone del Tiraculo, Cima Maledia, Punta Tempesta, Vallescura, Combamala, Cime di Malaterra, Monte Tenibres, Punta Rognosa, Punta Serpentiera, Malpasso, Vallone di Malanotte. Citando a caso luoghi delle montagne in provincia di Torino e Cuneo.
Così è per i cimiterini che sembrano ormai giardinetti d'antan, senza tristezze. Dalle vecchie lapidi sbrecciate non spirano arie di thanatos, nè d'estate brillano fuochi fatui. Se ne stanno abbandonati alle stagioni, spesso in frazioni dove si arriva solo a piedi, incrostati di anni e muschi; ruggini sulle croci di ghisa istoriate, divelte, sghimbesce magari per il passaggio di una talpa. Sono archivi all'aria aperta, con le frasi fatte, gli epitaffi dolenti, le piccole foto su ceramica di visi antiquati. Spesso con quattro parole viene fuori la vita del defunto: pastore, contadino, cacciatore, minatore. Le tribolazioni, le parentele, i decenni passati a portare gerle di fieno e fascine, l'emigrazione stagionale in Francia, sublimano in un fumo invisibile che aleggia quieto sulle valli, come un muto racconto corale, percettibile con sensi che ogni tanto si attivano improvvisi, in particolari stati di grazia.
Questo è un itinerario non ragionato topograficamente, chè le montagne ormai sono piene più di morti che di vivi, e sacri recinti più o meno dimenticati ce n'è dappertutto. Sono alcuni luoghi messi insieme dopo anni di camminate tranquille.
A Celle sopra Rubiana, nella bassa val di Susa, il camposanto è raccolto intorno alla chiesa (con campanile romanico) come usava fin oltre un secolo fa. Nei giorni feriali, scampando cercatori di funghi e cacciatori, quando c'è deserto e silenzio, si può sedere sotto un grande ippocastano, di fronte alla cappella ricavata sotto un roccione e meditare in pace. C'è la solida casa del prevosto, diventata un locale per saltuarie adunate festive dei parrocchiani. Si sentono gracchiare le cornacchie. Campanacci lontani.
Anche a Chiaves, in val di Lanzo, i trapassati stanno sottoterra intorno alla chiesa, entro una cinta cui si accede da un modesto cancello di legno. Ci sono sempre fiori di plastica dai colori vividi che fanno allegria contro gli intonaci grigi.
Da Ingria, valle Soana, per un bel sentiero, si sale nel vallone di Betassa: nella frazione omonima, lontano dalla chiesa restaurata qualche anno fa, nonostante il villaggio sia deserto otto mesi all'anno, c'è un cimiterino mezzo nascosto dalla vegetazione. Con erbe profumate e fiori fra i tumuli, d'estate. E' sempre silenzioso e solo nel suo eremo pacifico. Gli ospiti guardano il cielo tra i fili d'erba, e non si decidono a dare un giudizio su quello che è stato. Troppo repentino il passaggio dalla grangia odorosa di fieno, dall'odore di fascine bruciate, dal calore di parenti e amici alla solitudine e all'isolamento. Stanno ancora pensando com'è potuto succedere che un momento prima erano alla festa dei coscritti, e un momento dopo li portavano a spalle i paesani.
Luserna San Giovanni, val Pellice. Il cimitero dei Jallà è un giardino di siepi di bosso e larici. Chi abita vicino va a prendere il fresco d'estate; siede all'ombra, non intimorito - anzi - dalle lapidi e della epigrafi, dai cancelletti di ferro. Quello dei Jallà è un vecchio camposanto solo valdese, con sepolture che risalgono alla fine dell'800, quando i barbet non erano ancora ben sicuri che la libertà, finalmente concessa da Carlo Alberto nel 1848, sarebbe durata. Intorno ci sono prati rasati, case coi tetti di lose, e la calma nordeuropea di un paese civile e ordinato. E' tenuto pulito e lindo dagli abitanti della frazione che lo accudiscono a turno.
Il camposanto di Chasteiran, frazione di Roure in val Chisone, non ha sentito il rumore di un motore a scoppio fino a pochi anni fa. Poi hanno aperto una strada e da allora, d'estate, la gente sale in macchina. E' piccolo, con nessuna inumazione recente. I coniugi Charrier sono seppelliti vicini: due croci di legno e i nomi su un cuore di lamiera smaltata. Lei, Faure Alexandrine, morta il 3 ottobre 1944 a 66 anni, lui Ferdinand, morto poco prima, il 17 settembre a 65 anni. Non c'è altro. Giovanni Battista Charrier ha invece una lapide di marmo: <Giovane onesto e laborioso morì vittima del lavoro nelle cave di talco della Rossa, il 5 novembre 1925 a 22 anni>. Allora a Chasteiran c'erano un centinaio di persone, e tanti andavano a lavorare nelle cave sotto il passo della Rossa, dall'altra parte della valle. Bisognava scendere e risalire il versante opposto. Tre ore per andare e tre ore per tornare, più o meno. Un percorso che oggi è una gita da fare con lo zaino, pedule da trekking, macchina fotografica, scendendo a valle soddisfatti, al tramonto, della salutare fatica, del panorama, del silenzio, dell'avvistamento fortuito di un muflone.
In quegli anni bisognava farla tutti i giorni la gita. Le giornate cominciavano e finivano che era scuro. Oggi ci sono brezze leggere che accarezzano il paese. Il campanile della parrocchiale si vede da lontano. E c'è la strada che è arrivata troppo tardi. Chissà che fatica hanno fatto nel '25, per portare a casa Giovanni Battista Charrier <giovane onesto e laborioso>, forse schiacciato da un masso o dilaniato da una mina. Tre ore col morto in spalla i paesani minatori.
Un giorno nebbioso di fine ottobre a Roccapiatta di Prarostino. I defunti abitano un piccolo recinto a ridosso del tempio valdese, tra pascoli verdissimi, boschi di castagni, gente che va per funghi, e mele buonissime che non raccoglie più nessuno. Un anziano cammina piano per il viottolo, passando a randa del muretto, è solo e sbircia apppena il tempio e la sua corte calma, ornata di crisantemi secchi. Va verso casa adagio, di buon umore per essere arrivato vivo alla fine di un'altra delle sue lunghe giornate.
Battista Griva detto Tistin, di Traversella in val Chiusella, venne sepolto presumibilmente tra il 1895 e il'96 nell'antico camposanto del paese, dove oggi c'è un campo da tennis. Non aveva parenti. I resti vennero traslati in una fossa comune già alla fine della grande guerra. Ci ricordiamo di lui per una lettera trovata da un escursionista negli anni Trenta in una grangia mezza diroccata al Pian del Gallo, poi bruciata dai tedeschi nel'44. Tistin lo chiamavano Buenosaires, perchè era stato in Argentina tanti anni; ma gli dicevano anche <balefreide> per via dei calzoni sempre scuciti sotto il cavallo. Aveva un cane che chiamava perro come nella pampa. Ma da vecchio lo chiamava solo più peru, passando dal castigliano al piemontese semza accorgersene. Nel vecchio scritto - che riportiamo integralmente senza correzioni - Buenosaires anticipava in un certo senso il suo aldilà.
<L'unica cunsulasiun de la vita povera, è di notte che sto fora a guardar le stelle, che a l'inverno sono sclinte e berlusenti e agratis. e quando cè la luna è una maraviglia di illuminazione come fosse latte versato daspartut e un silensio che mi sembra che ero morto e stavo in paradiso, anche se ò fato dei pecati ma mica tanto e solo da giovane.
E quando sto a laria a la noit a guardar el cielo penso a che vite ò fato di fatica e sempre poco soldo e poca pitansa e la molie che è morta da tanti ani perchè faceva dei lavori istess come un mulo, e una bella volta mi à detto che ne aveva a basta e ciau Tistin e guerna la casa e le crave che io vado>.
Tistin Griva è sparito, tornato nel gran ciclo naturale della terra e delle stagioni, ma c'è da supporre che sia in pace da morto come lo fu da vivo, nonostante le fatiche e i patimenti.
Val Maira. L'antico camposanto di Pagliero, frazione di San Damiano Macra, mille metri d'altezza, nel selvoso vallone che sale al colle del Birrone, è tutto in discesa, nascosto dietro la chiesa parrocchiale. Bisogna scendere un sentierino ripido, e varcare un portale sempre aperto. I tumuli sono sistemati su tre terrazze digradanti, a picco sulla valle. Lapidi e croci di ghisa sono mezze nascoste da erbe e cespugli. Il luogo fu abbandonato quando venne costruito il nuovo cimitero nel 1935, poco lontano. Un posto scomodo ed emblematico: dopo aver faticato a vivere, i montanari dovevano tribolare anche per l'ultimo viaggio.
Mocchie, frazione di Condove, in val di Susa, circa 800 metri d'altitudine una ventina di abitanti stabili, tutti anziani. Quelli del cimitero, all'ombra di un sobrio campanile romanico di pietre nude che pencola un po', stanno tutti coi i piedi a sud, guardando la valle. A novembre, dopo il giorno dei morti, ogni tomba è carica di fiori. Spesso fino a Natale ci sono giornate di sole radioso, caldo, e i boschi intorno hanno colori smaglianti. Nel recinto cinque tempietti minuscoli, di marmo, ultima dimora di altrettanti valligiani fucilati dai tedeschi per rappresaglia il 7 aprile del '45. Stavano per uscire indenni dalla guerra; erano scesi al mercato di Condove e mentre tornavano a casa furono catturati e messi al muro. Angelo Cinato 34 anni, Vincenzo Giuglard 42 anni, Ercole Pautasso 39 anni, Giovanni Alotto 21 anni, Francesco Pautasso 21 anni.<Innocenti vittime della barbarie tedesca> è inciso sulle lapidi. Il 20 aprile fu ucciso anche Secondino Giuliano 26 anni, e sepolto vicino ai compaesani. A fianco del cimitero c'è un grande orto davanti a quella che una volta era la canonica della parrocchia. Un gatto cammina sul muro, due oche sono in pastura in un prato e poco lontano pascolano quattro vacche pezzate.
Frassinere è un'altra frazione di Condove, tre chilometri più in su. Anche qui il cimitero è raccolto vicino alla chiesa che ha una semplice facciata bianca rivolta verso oriente. Una piccola piramide riporta ben 48 nomi di caduti nella grande guerra, tutti della borgata.
Una dozzina di chilometri oltre, la strada finisce a Maffiotto, 1.300 metri, a picco sulla valle. Quattro o cinque gli abitanti stabili, un piccolo campanile a cipolla e il cimiterino appena fuori dalle case. Un'insegna stinta su una baita indica dov'era l'"Osteria dei calzolai", perchè un tempo in paese si facevano le suole degli zoccoli. D'estate il camposanto è pieno di erbe e alte e fiori; una delle tante lapidi recita: " Dio grande e buono, accolga nell'eterna pace Ferdinando Gioberto, che alla vigilia trepida delle nozze auspicate,immaturamente cadeva,vittima ignara, innocente, del rastrellamento della Folgore. 21.1.1908-1.12.1944. La sorella e la fidanzata e i nipoti".
La merda satanica della guerra è ormai lontana. Il posto è magnifico per starci anche da vivi, circondato da un bosco di castagni. I beati bergè si guardano tutto il giorno le montagne del parco dell'Orsiera, proprio davanti, in compagnia di ricci e scoiattoli. Dopo una vita affaticata forse non gli sembra vero questo eterno riposo, al riparo dalla confusione e dalla cattiveria.