- X -
Grandi viaggi
Cronachetta nelle Alte Langhe
Ormai viaggiare nelle Langhe, a parte retoriche e mitizzazioni, è come arrampicare sul VI grado, si procede su minuscoli appigli: una collina, una vigna, le chiese, i castelli, le rare cascine non ristrutturate, le chiacchiere con gli anziani, gli unici che sanno. Inutile infatti chiedere qualche notizia, anche non impegnativa, ai giovani che caracollano in motorino. Per non parlare della scortesia diffusa nei locali pubblici. Nei bar (le osterie, sono sparite tutte), si ha quasi sempre l'impressione di disturbare; i gestori - uomini e donne - in massima parte non salutano gli avventori, a meno che non siano conosciuti, e servono con noia e sufficienza, guardando nel vuoto. Spesso poi bisogna chiudere gli occhi per non vedere nè architettura nè urbanistica contemporanea. Abitazioni, condomini, stabilimenti, capannoni di aziende vinicole. I danni sono diffusi e irreparabili. Passare dalle Langhe dei libri a quelle reali è un esercizio rischioso e qualche volta deludente. Anche se poi ci si salva a tavola. Ed ecco la cronachetta di un possibile itinerario nelle Alte Langhe, meno addomesticate, più ruvide di quelle tartufate e piene di business intorno ad Alba.
Da Bra la statale 661, dopo alcuni tornanti, si precipita verso la pianura con un vertiginoso rettilineo in discesa; s'infila al volo sotto un ponte della ferrovia, attraversa un pericoloso incrocio con semafori e si arrampica, dopo aver oltrepassato la Stura di Demonte, sulla collina dove sorge la monumentale Cherasco, bella e silenziosa. Il comune successivo è Narzole, che ha passato bruttissimi momenti ai tempi del vino al metanolo, ma che deve aver avuto precedenti anche in tempi remoti, se un detto maligno recita: <I narsolin che con l'eva fan 'l vin> (I Narzolini che con l'acqua fanno il vino). Prima del paese bellissimo complesso settecentesco abbazia, chiesa, cascina, civile, detto <Madonna della Neve>, con un breve viale di platani che parte dallo stradone. Un cartello dice che è proprietà privata dell'ing. E. Ramondetti. Vietato l'ingresso. Più avanti il bivio per Bene Vagienna, paese di eccellenti architetture, portici freschi, e, in campagna, archeologici resti della romana Augusta Bagiennorum, ancora quasi tutti da scavare. Dopo Narzole la statale scende, voltando a sinistra, verso la valle del Tanaro. Sui muri di contenimento della strada scritte e motti di una scemenza che fa cascare le braccia, come dappertutto. Gli ignoti scrivani vogliono lasciare un segno, essere ricordati; e non gli passa in testa che certe esistenze sarebbe meglio rimanessero occultate, invece che esposte, rivelando gerbidi infestati dalla prolifica erba imbecille. In basso, tra i prati - località Chiabotti - si erge la mole dell'Hotel ristorante Victor, disegnato da chissà quale architetto o geometra che a scuola ha evidentemente saltato tutte le lezioni di storia dell'arte.Ponte sul Tanaro, con ferrovia affiancata, cava di ghiaia e indicazioni per Monchiero. All'ingresso del paese un basso fabbricato nuovo, con il bar tabacchi Bonsai, (tipica coltura locale), distributore di benzina, e filiale della Cassa di Risparmio di Cuneo. Seguono la Trattoria della Stazione e il Daisy Pub. In marcia verso Dogliani <Zona tipica del Dolcetto>, come dice un cartello giallo. Passa un camion con la scritta <Pollo Vecchio Piemonte>. Modesto imbroglio pubblicitario, che stuzzica i buoni sentimenti, specula sui tempi di una volta, sulla gallina biaanca che becchetta nell'aia e la massaia che getta il becchime, facendo <pru, pru, pru>, con ampi gesti ieratici, come i seminatori di D'Annunzio. Ma va! Bella la <Pieve di Santa Maria di Dogliani>, altro complesso contadino-religioso del XVII secolo, isolato nei campi, integro nella bellezza rustica dei fabbricati, con vialetto di tigli, glicini sul muro, la facciata della chiesetta restaurata e ridipinta e il cartello Proprietà Privata. Intorno prati, vigne, boschetti, e filari di salici con cui qualcuno fa ancora d'inverno cavagne e cavagnin.Il torrente Rea è un solco verde e acquatico che divide il paese di Dogliani, prima di entrare nella piazza del Rivellino, dove c'è la monumentale parrocchia dei SS Quirico e Paolo, di laterizi e pietre nude, con la sua grande cupola di rame inverdito dagli ossidi, già visibile da lontano, opera dell'eclettico Giovanni Battista Schellino, nato e vissuto a Dogliani, che ha connotato indelebilmente il paese con le sue bizzarre costruzioni alla fine dell'800: l'ospedale, la torre comunale merlata, il cimitero, la candida chiesetta dell'Immacolata, i piloni e il Santuario della Madonna delle Grazie fuori dal paese, sulla strada per Murazzano. Da non credere l'aggiunta (una superfetazione degli anni sessanta a occhio e croce), fatta all'ex asilo Sacra Famiglia, della borgata Castello, (si vede da tutto il paese, fantastica opera sempre di Schellino), dalle brave monache della Congregazione Domenicane del SS Rosario. Un pugno in un occhio. Come il condominio celestino vicino ai SS Quirico e Paolo. Armonioso invece l'ingresso del cimitero, (sempre Schellino), con guglie aguzze, rosse, dove è sepolto il presidente Einaudi con i famigliari. E' bella la chiesa della Confratenita dei Battuti, detta L'Addolorata, firmata dall'architetto Gallo, uno dei maestri del barocco piemontese e dei mattoni lavorati a vista. Sotto il vecchio ponte sul Rea gli antichi lavatoi pubblici sono in disuso. Bisognerebbe fare un monumento al Francesco Gallo, nato a Mondovì nel 1672, e morto a Cuneo nel 1750, architetto e ingegnere alla corte Sabauda, allievo di maestri del barocco come Bertola, Vitozzi, Lanfranchi, Castellamonte, Guarini. Perchè è grazie a lui se in tutta la provincia di Cuneo, e nel Monregalese, ci sono edifici (non solo chiese), di grande pregio e armonia, dall'ospedale della Santissima Trinità di Fossano, alla gigantesca cupola ellittica del Santuario di Vicoforte. Sulla strada per Bossolasco, sulla sinistra, addossati ad una parete di tufo alta un centinaio di metri, i singolari resti di quella che fu una chiesa eretta in ricordo di una miracolosa apparizione della Vergine. Appiccicati in alto rimangono parti di una facciata in mattoni, sorrette da un arco e colonne di cemento armato, e un'edicola con l'immagine della Madonna e sopra la data: 1925. In paese raccontano che allora si spese una piccola fortuna per costruire la chiesetta, ma tutto fu distrutto dopo qualche anno da una frana della parete che, come tutti i calanchi e dirupi argillosi della zona, si sbriciola e precipita con gli acquazzoni. Data la pericolostà del sito il tempio non fu ricostruito, anche - spiegano i paesani - per la presunta invidia dei preti del santuario di Vicoforte (Dogliani fa parte della diocesi di Mondovì), che temevano una concorrenza in fatto di miracoli. <Ma la Madonna è rimasta>, dicono soddisfatti i vecchi che giocano a bocce lungo lo stradone.Prima di entrare in Somano da ammirare la semplice facciata in pietre e mattoni del cimitero, tra noccioleti e boscaglie. Ci sono piccoli lavori in corso per nuovi loculi e cellette. Ma come per le case dei vivi, non c'è rispetto - nemmeno per le ultime dimore - per l'armonia dell'insieme: anche i cimiteri sono vittime di malvage progettazioni. Coerentemente in paese non mancano le brutte case. Il ristorante albergo Conte d'Aste, ha invece un aspetto rassicurante. Bruttina la nuova area pic nic con panche e tavoli in cemento e giovani platani che faranno un po' d'ombra solo molto dopo il duemila. Per la strada schizzano ogni tanto i soliti bruti a bordo di Peugeot 205 e Golf. Razza in espansione, sempre più pericolosa. Dopo Somano si sale ancora, siamo ormai nell'Alta Langa, e si sbuca in una specia di altopiano ventoso e aperto che culmina con il santuario dell'ennesima Madonna della Neve. Sobrio edificio con un porticato sorretto da colonne dipinte di rosso, ombreggiato da due grandi ippocastani. E' strano. Certo che d'inverno quassù nevica quasi come in montagna, ma ci sono più madonne della neve in collina (anche nel Monferrato), che sulle Alpi. Boh! Il santuario è bello e solitario, ben tenuto, al bivio per la frazione Ruatalunga-Langa che sembra uno scioglilingua. Più avanti la borgata Garombo, che tra l'altezza dei luoghi, il panorama grandioso - trasparente per il marino, vento che sa di salmastro - e il suono del nome, ricorda <Garabombo l'Invisibile>, eroe mitico delle Ande peruviane, dello scrittore Manuel Scorza. Siamo a Bossolasco, altezza sul livello del mare 474 metri. Stop all'incrocio della strada che da una parte va a Savona, dall'altra ad Alba, itinerario classico dei motociclisti che nei week-end si scapicollano per le curve, gasati dallo strepito dei cilindri che scaldano e fanno loro vibrare il didietro e le frattaglie connesse. Sopra il paese il Colle della Resistenza, una collina piena di pini e tuie; la stradina che conduce al parco è affiancata da belle ville, quasi tutte residenze estive. All'ingresso del sacrario un cartello: <A ricordo del colonnello Paolo Della Valle, ideatore e realizzatore del parco>. Poi una grande targa in bronzo: <Qui vivono per sempre gli occhi che furono chiusi alla luce, perchè tutti li avessero aperti per sempre alla luce>. Giuseppe Ungaretti 22 settembre 1968. E ancora più avanti una lastra di pietra con su scritto in lettere di bronzo: <1945-1985, gente di Langa, sei stata con noi nei venti mesi della lotta di liberazione. Dopo 40 anni come ieri, oggi, sempre, rimani insieme a noi, nella difesa della libertà. I partigiani della Langa>. Infine un'altra piccola targa dei maquisard francesi. Non c'è altro nel parco. Solo un piccolo anfiteatro con una scultura di putrelle in ferro; più lavoro di carpenteria metallica che simbolo. Ma forse è ormai troppo difficile far monumenti alle idee, ai morti, senza avvicinarsi alla retorica. Comunque il luogo invita a meditare, riflettere. Ma è deserto. Un segno?
Volendo fare un chilometrico strappo all'itinerario, affascinati e incuriositi da un toponimo, si può raggiungere Olmo Gentile, nella Langa Astigiana, oltre Bormida, a est di Cortemilia. Dell'inquinamento delle acque del fiume scriveva già Fenoglio alla fine degli anni '50. Poche righe nel racconto <Un giorno di fuoco>: <Hai mai visto Bormida? Ha l'acqua color del sangue raggrumato perchè porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d'erba. Un'acqua più porca e avvelenata che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna...>.
Il viaggio per Olmo Gentile è lungo e tortuoso. Il nome è bellissimo, il paese minuscolo (127 abitanti, i residenti ancor meno): bisogna andarci apposta: la strada finisce lì. L'abitato, poche case, è costruito su uno sperone aereo, come appeso in cielo. Il castello (privato), è in rovina. Resiste una torre di avvistamento medioevale, di pietra nuda, abitata da stormi di corvi. Di fianco il municipio, una scatolotta beige che fa a pugni con i ruderi. Il problema delle scorrerie barbariche - saraceni in prima linea - era un incubo per queste zone, dato che ogni paese ha ancora la sua torre. Quella di Olmo Gentile guarda le sorelle di San Giorgio Scarampi e Perletto. Olmi in campagna ne son rimasti pochi, decimati dalla malattia. Unico locale pubblico la Trattoria della Posta, consigliato dalle guide per la buona cucina. Da Bossolasco la strada s'infila con una serie di tornanti nella mitica valle del Belbo, poco coltivata, poco abitata, colline che sono quasi montagne, con grandi spaccature che mostrano calanchi franosi, pieghe tettoniche di tufi e strati di argille grige. A Feisoglio, il ristorante Piemonte <Da Renato funghi e tartufi>, è considerato il migliore del'Alta Langa.
Cravanzana, <Centro della produzione della nocciola tonda gentile delle Langhe>, con il suo tozzo castello, già dei Marchesi Del Carretto, oggi sede di una Scuola di Agraria, ha un brutto municipio e la pizzeria ristorante dal nome californiano <da Jessica>. Ok.
La frazione a valle del minuscolo comune di Bosia, si chiama Rutte. Il paese subito dopo la guerra aveva 700 abitanti, oggi ne ha 200, ma in compenso è stato appena costruito un nuovissimo campo per il pallone elastico. <Peccato che non ci siano più giocatori>, commenta un anziano. E' scomparso il vecchio ristorante che si chiamava <Rifornimento Pance Vuote> gestito per tanti anni da Cesare Magliano, geniale personaggio, che serviva funghi e tartufi, quando (a parte il Savona di Alba), per le colline le trattorie avevano nel menù solo minestrone, bollito e insalata. Nei comuni della valle ci sono cartelli che indicano il <Sentiero della Valle Belbo>, itinerario escursionistico che dicono però pochissimo frequentato. All'incrocio con la strada Alba-Savona c'è ancora un locale pubblico. Sulle carte è segnato come Osteria Campetto, ma adesso si chiama Del Ponte, perchè è a un passo dal ponte sul Belbo. La strada per Alba è a sinistra. Tirando dritto si scende su Santo Stefano e Canelli.
Borgomale è piccolo, con un castelletto alto alto e stretto detto Dei Cacciatori che risale al 1400. Restaurato perfettamente, è proprietà privata. Chiedendo il permesso si può visitare. Vicino c'è‚ l'Osteria della Pace.
Bellissima, panoramica, con poco traffico, la strada che va a Lequio Berria, un bricco, circondato da vigne e campi di fagioli <Bianchi di Spagna>. Prima del paese un santuario (come si chiama? Madonna della Neve), che domina la valle, con un sagrato erboso, una fila di ippocastani, panche e tavoli di cemento per le merende. Dalla chiesa si partono le edicole di una via Crucis che arriva fino all'abitato, con le scene della Passione in tavole neogotiche di ghisa con le scritte in francese, dono (primi '900), di una famiglia emigrata oltralpe. Su una collinetta alberata, la più alta del paese, un angiolone bianco ricorda i caduti; poco più su una grande croce in legno e tre cappelle della via Crucis, compongono un piccolo Golgota paesano. Il ristorante-locanda del paese si chiama Bersaglieri. Tornati sulla statale s'incontra il ritrovo-bar-trattoria Tre Cunei, nella frazione omonima, che deve il bizzarro nome al fatto che si trova al punto di giunzione di tre triangoli appartenenti ai comuni di Albaretto Torre, Arguello e Lequio.
A Benevello invece, sulla strada, si affaccia il Ristorante Campoleone Spaghettoteca. Brividi! Subito dopo Benevello il panorama (dal punto di vista morfologico), si addolcisce, le colline, dopo grandi noccioleti dove gazze e cornacchie banchettano, sono striate di vigne di moscati e nebbioli, e compaiono i cartelli per Neive, Niella, Barbaresco, Treiso, che è il possibile capolinea di questo viaggio. La strada è in cresta e se si ha la fortuna di imbattersi in un temporale, è come navigare in un mare in tempesta. Infine si approda all'Osteria dell'Unione a Treiso, piccolo comune a pochi chilometri da Alba. Solo una decina di anni fa il locale era un'osteria per davvero. Poi a causa del talento gastronomico della Pina Bongiovanni, e la complicità di Carlo Petrini di Bra (che qui ha inventato l'Arcigola e lo slowfood), è diventato un obiettivo per golosi, segnalato da ogni sorta di guide, e se non prenoti per tempo non c'è verso di mangiare. Uguale fama si è conquistato il ristorante Tornavento, sulla piazza dietro la chiesa, condotto da Lella Gobino a Marco Serra, che sposano con grandi risultati piatti tradizionali con la <nouvelle cuisine>. E dopocena - tornando a casa - c'è solo da sperare di non dove soffiare nel palloncini della Polizia Stradale.