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Il Maggiociondolo bello e velenoso

 

 

 

Alberi isolati o in filari in pianura, in forma di bosco e piccole foreste in montagna e collina, individui giganti, sopravvissuti a incendi, mobilieri, carbonai e boscaioli, essenze rare o popolazioni plebee e rustiche. Un mondo di tronchi, rami, fogliami, radici, chiaroscuri, odori. E contorno di muschi, funghi, scoiattoli, uccelli, formiche. Il Piemonte ha perso per sempre le sue grandi foreste, ma qualcosa c'è ancora. E comunque l'universo arboreo è pieno di bellezze e poesie da scoprire, rispettare, capire. Ogni stagione ha le sue meraviglie: le architetture nude dei rami d'inverno, le fioriture primaverili, l'opulenza estiva, la tranquilla moria di foglie d'autunno. E ogni stagione con un suo buon odore.

Il fascino della vegetazione  grande, perchè rappresenta la parentela più evidente con la natura, le sue linfe, i suoi ritmi costanti, i suoi complicati meccanismi biologici. Un uomo ha sempre da imparare guardando, annusando un albero, per quel legame stretto che lega la vita animale a quella vegetale, legame che per troppi è ormai allentato, quando non dimenticato. C'è anche un feeling sensuale, terragno, con il legno, sia quello da bruciare che quello usato dal falegname. Preparare la legna per l'inverno, vuol dire segare tronchi e rami, infarinarsi con la segatura, usare l'ascia per spaccare i ceppi, lottare con i nodi e le venature, far schizzare in aria schegge, maneggiare pezzi di legno ancora odorosi di resine, muschi e funghi, toccare la corteccia, sentire il profumo acuto dell'albero, insomma avere un rapporto concreto e amoroso con ciò che è molto più che un combustibile. Gli stessi sentimenti che suscita un bel mobile, una casa fatta di tronchi, un locale foderato di tavole di pino.

Per non parlare del fuoco della stufa o del camino: la fiamma libera del focolare è più che una fonte di calore. E' fortemente ancestrale e rassicurante da sempre. Si può stare a lungo a contemplare le fiamme, la ridda delle scintille che si avventurano nel nero della cappa, ascoltando il crepitio, studiando il formarsi delle braci, la loro metamorfosi, annusando il buon odore che si sprigiona dai ceppi, e quello antico della fuliggine e della cenere. Ogni varietà legnosa ha le sue caratteristiche, brucia in modo diverso, con fiamme chiare, scure, violacee. 

La pianura è popolata dalle piantagioni ordinate di pioppi, una piantaccia senza pedigree che cresce in fretta, viene abbattuta dopo quindici, vent'anni e venduta a pezzi alle cartiere. Allevamento intensivo, come i polli in batteria, che tuttavia produce singolari prospettive geometriche di tronchi allineati. Boschi artificiali, che vanno e vengono. L'abbattimento è un lavoro che si fa d'inverno. Squadre di boscaioli arrivano con motoseghe e trattori da 150 cavalli, quattro ruote motrici, con benne che caricano sul rimorchio del trattore i tronchi segati in pezzi regolari. In quattro e quattr'otto fanno piazza pulita. Poi si estirpano le ceppaie con una trivella, si ara e si fresa il terreno e si ricomincia.

D'inverno spiccano, soprattutto lungo i fossi, i rami rossicci dei salici. Una volta erano indispensabili per i piccoli lavori in campagna. Potati tutti gli anni alla sommità del tronco, buttano ogni primavera i rami nuovi che vengono regolarmente tagliati e usati nella vigna, per legare le fascine, fare canestri.  

Anche i gelsi sono un residuo della passata civiltà contadina. Ce ne sono ancora tanti, in tutta la pianura padana, perchè fino agli anni trenta le foglie erano il foraggio indispensabile per i bachi da seta (bigat, in piemontese). Il gelso (morè, in piemontese), da vecchio raggrinzisce, si torce, viene scavato dal fulmine e dal gelo, roso dai parassiti. Oggi non serve più a nessuno; i ragazzi non sanno nemmeno più che le more (bianche o nere) sono dolci e commestibili.

La specie più rude è quella delle acacie, o gaggie, o robinie, (nel mondo ne esistono centinaia di specie, che si adattano anche a steppe e savane africane), una pianta randagia, (attecchisce dovunque su ogni terreno, non patisce niente), che compone fitte boscaglie piene di spine. Il legno ha un bel colore giallo con un'anima marrone; da sempre si usa nella stufa e nel camino. Costa poco, ricresce in fretta. Un tempo era comune per i contadini avere un <riva da bosch>, cioè un pezzo di terra, una ripa scoscesa, inadatta a qualsiasi coltura, che veniva usata solo per far legna.

Le piante più mortificate sono quelle da frutta. Nel cuneese ci sono centinaia di ettari potati a spalliera per comodità di raccolta (pere, mele, pesche). L'albero fin da giovane viene su come vuole il padrone, con rami disposti ad angoli retti, senza ramaglie sghimbesce e polloni inutili, <costruito> secondo precisi studi e calcoli per un maggior rendimento. 

La potatura delle piante è un argomento che fa parecchio discutere negli ultimi anni. Specialmente in città, Verdi, pensionati, bambini, s'impressionano e protestano per le traumatiche troncature dei giardinieri, che spesso riducono a fine inverno, gli alberi a enormi attacapanni. Ma evidentemente le difficili condizioni ambientali, che costringono gli alberi a sopravvivere tra fumi e pestilenze, obbligano a cure radicali, come quando si rapano i bambini, per guarirli dai pidocchi.

Un'altra forma di potatura, non terapeutica ma estetica, è quella a candelabro. In numerosi viali di Torre Pellice, (ma anche a Torino sul Lungo Po, sopra i Murazzi), per esempio, ci sono magnifici esemplari di platani <a candelabro>, che innalzano regolari impalcature verso il cielo. Il platano lasciato crescere normalmente, è uno degli alberi più monarchici e napoleonici, poichè da un paio di secoli almeno, è stato usato, (in Francia e in Italia), per ornare parchi reali, residenze aristocratiche, tenute, viali. Si dice che fosse lo stesso Napoleone a far piantare migliaia di platani lungo le strade d'Europa, per dare ombra ai suoi soldati in trasferta. A Torino gli esemplari più grandi sono forse quelli di lungo Po, (corso Casale a partire dalla Madonna del Pilone).

 Il faggio è uno degli alberi più belli e monumentali. Ce ne sono domestici e selvatici. In alcuni parchi o giardini privati si possono vedere esemplari secolari alti venti, trenta metri. Le foglie lucide, la chioma tondeggiante, regolare, l'intrico dei rami apparentemente disordinato, ma che miracolosamente, alla fine, compone una figura generale armoniosa e ben disegnata. Nella varietà pendula i rami s'incurvano fino a terra, formano un riparo, una specie di capanna. I boschi di faggi in montagna possono essere inquietanti. I tronchi sono pali contorti e lisci color della ghisa, il sottobosco è libero da cespugli, chè l'ombra impedisce l'allignare di altri ospiti. D'inverno il terreno è ordinatamente coperto da un tappeto di foglie secche che crocchiano sotto i passi. L'ambiente è rigorosamente bicolore: il bruno delle foglie, il grigio delle cortecce. 

Le betulle stanno bene in montagna, ma anche in pianura. E' un albero bello e delicato, femmineo da giovane, con la corteccia bianca che si squama in sottili pellicole, liscia al tatto. Crescono a mazzi certe volte. D'autunno può capitare di vedere steli candidi, in mezzo al verde e al ramato scuro delle felci. Un giardino perfetto, di forme e colori, naturale, venuto su per conto suo. A volerlo ricostruire artificialmente si spenderebbe un capitale, ci vorrebbero architetti specializzati, botanici, giardinieri, e il risultato non potrebbe essere lo stesso.

Il maggiociondolo (laburnum anagyroides), è una sorpresa, in genere, per chi non ha un minimo di confidenza con le popolazioni arboree spontanee. E' un alberello non più alto di quattro, cinque metri, che a maggio, giugno, (in montagna a seconda della quota), produce bellissimi grappoli di fiori gialli. Una vampata di colore nella macchia del verde. Il legno è duro e pesante, elastico. Si può lucidare molto bene, tanto da essere chiamato <falso ebano>. Foglie e fiori sono però velenosi.

L'ippocastano (aesculus hyppocastanum) è imponente e decorativo, con fiori bianchi o (più raramente) rossi. Non esiste praticamente allo stato brado, ma solo nei viali e nei giardini. Produce le famose <castagne d'India>, (qualcuno le tiene in tasca contro il raffreddore), perfettamente inutili, come frutto, quanto perfette. Belle lucide, turgide. E' strano, ma non se ne trova mai una camolata, secca o mezza marcia come le castagne commestibili. 

Pioppo cipressino (populus italica). E' maestoso, con la chioma allungata, slanciata, a forma di cipresso appunto, presente in coreografici viali specialmente in campagna. Quando diventa vecchio gli viene una corteccia rugosa, ma la sua figura non si guasta, prende l'aspetto di un patriarca. Guarda la sua campagna, osserva i cambiamenti, sopporta il traffico se le sue radici sono vicine disgraziatamente a qualche strada asfaltata, punta la sua cuspide verso le nuvole, medita in silenzio. 

Larice (larix decidua). E' l'unica conifera che perde gli aghi d'inverno. In autunno colora i lariceti di un rosso arancio irresistibile. Se è mischiato ad altre specie sempreverdi, (per esempio abeti o pini neri), forma chiazze a due colori di insuperabile bellezza. Luogo esemplare per godere questo rigoglio cromatico autunnale, è il valllone di Vallanta, che sale da Casteldelfino in valle Varaita, e s'insinua alle falde della parte ovest del Monviso. La foresta colorata è interrotta da radure e pascoli, dirada man mano che cresce la quota, s'incendia e s'arrossa all'alba e al tramonto.

 Tiglio. Specie odiata dagli automobilisti che, sbandando su strade ombreggiate da filari di tigli, si fracassano contro gli stessi. La colpa è quindi dell'albero, non degli autisti deficienti. Il tiglio, quando fiorisce a maggio, produce profumi soavi, sommamente apprezzati dai poeti in ogni tempo. Con i fiori si fanno tisane, e adesso anche shampoo per capelli.

Bagolaro (Celtis Australis). Magnifici filari (piantati subito dopo la guerra), in corso Peschiera a Torino, per esempio. Uno scultoreo esemplare orna il piccolo cortile della trattoria <'L Combal>, poco prima di Rubiana. In piemontese il bagolaro si chiama <tenes-cia>, ha un portamento regolare, tronco grigio e liscio. Produce frutti neri, minuscoli, come pallini da caccia, dolciastri. Una volta il suo legno, molto elastico, era usato soprattutto per fare i manici delle fruste. Famosi erano i <fuet> (la frusta in piemontese), di Nole Canavese, dove l'albero era oggetto di coltivazioni e cure.

Ordinare in cataste la legna per l'inverno, è un'arte raffinata, compito quasi esclusivo degli anziani. Nessun giovane ha abbastanza pazienza e puntiglio per fare un lavoro del genere. Bisogna provare per rendesi conto delle difficoltà. Ci sono cataste che sono capolavori di precisione e bellezza. Ma bisogna avere davanti il tempo del pensionato, forse, che pensa ai tempi andati, mettendo bene uno sull'altro ceppi e tronchetti, e alla fine è soddisfatto del buon lavoro, e di avere una scorta e risorse per il futuro.