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Narbona o degli abbandoni
Narbona a 1500 metri d'altezza, è un'antica frazione del comune di Castelmagno in val Grana, completamente disabitata dagli anni sessanta. Si arriva solo a piedi in un'ora e mezza circa. Si possono fare due sentieri, uno che parte dalla frazione Colletto - alta sopra il capoluogo Campomolino - che passa a mezza costa lungo il fianco del vallone, comodo, panoramico, l'altro che serpeggia invece in basso lungo il torrente che ha un letto di pozze e cascatelle scavate in rocce calcaree. Un letto ondulato e armonioso di vasche e scivoli, rotondità e pietre lisce che verrebbe voglia di starci a bagno non fosse che l'acqua ti gela le chiappe dopo due minuti. Il sentiero è poco battuto e si può usare solo fino alla fine di maggio; dopo si perde tra rovi, lamponaie, macchie immense di ortiche.
Il villaggio, perchè si tratta di un vero e proprio agglomerato urbano autosufficiente - perfetto esempio di magnifica architettura senza architetti - è costruito sul fianco ripido del vallone, con scale interne alle case, passaggi coperti, che permettevano di andare avanti e indietro anche con il cattivo tempo. Ci sono stalle ampie, molto più grandi di quelle solite, case incastrate sapientemente una nell'altra (e una sopra l'altra), cucine con grande camino, piccole stanze da letto, minuscoli porticati con ancora appesi basti da mulo, vecchie corde, falci e zappe arrugginite, e poi ripostigli, pollai, una chiesina, il forno comune per il pane con ancora le pale di legno per infornare le pagnotte. Tanti edifici sono ormai crollati e le pietre hanno invaso i viottoli, a loro volta pieni di ortiche. Quasi tutte le case hanno ancora i mobili, grandi letti di ferro o di legno - portati fin lassù a dorso di mulo - suppellettili, pajasse, trapunte camolate; dalle pareti e dai soffitti di legno pendono brandelli di carta colorata, economiche e casalinghe tappezzerie, ma gli ambienti sono completamente sottosopra, ad opera di chissà quale squadra di barbari. Sembra che il paese sia stato abbandonato in massa nello stesso momento, come per una pestilenza, e abbia poi dovuto subire la vergogna e la violenza di una scorreria di saraceni.
Non si capisce il motivo di tanta furia demolitrice, visto che era improbabile che i disperati ultimi abitanti siano scesi a valle lasciando tesori nascosti sotto i letti o nelle credenze. Eppure chi ha sistematicamente violato le case, ha rovesciato mobili, buttato all'aria cassetti con dentro poveri stracci, frugato in ogni angolo voltando e rivoltando ogni cosa, lo ha fatto con lo stile selvaggio e predatorio dei ladri d'appartamento. Ma nelle case di Narbona non sono rimasti di prezioso che i ricordi di secoli di vita dura, eppure perfettamente organizzata in una comunità vitale e solidale.
Sarebbe bello pensare a un modo per evitare la perdita definitiva di tanta memoria e genialità costruttiva, realizzata unicamenente con materiali del posto, immaginando un recupero in chissà che modo. Ma è assolutamente impossibile. E poi, ammesso il miracolo, cosa si potrebbe fare? Un villaggio del Mediterranèe? Monolocali da affittare d'estate? Un centro culturale, di meditazione? Un museo?
Per giunta il concetto di restauro è un affare pieno di spine, pericoloso, anche se fatto con amore e buone intenzioni. La cosa restaurata, salvata,rifatta, lucidata, diventa un'altra, irrimediabilmente, la stalla un soggiorno, il fienile salotto, la madia un mobile bar, il basto del mulo un soprammobile. Il criterio si applica anche ai monumenti, castelli, chiese, palazzi medioevali. Non c'è rifacimento filologico che restituisca la memoria del passato, anzi, la cancella, la sterilizza, la fa diventare di plastica. Un palazzo barocco, mettiamo, rimesso a nuovo dai serramenti alle grondaie, con in più impianto elettrico e di riscaldamento, senza una ragnatela, un'inferriata arrugginita, un intonaco scrostato, è certamente una cosa bella, ma tutta diversa da quella che era. Il seicento è bello e dimenticato. Diventa una cosa senza echi, come un condomonio qualunque.
La meraviglia di Narbona è questo suo essere sospesa nel passato, con tutti i segni e gli oggetti della vita quotidiana, fatti a mano, e il genius loci che continua a stare in un angolo a custodire il ricordo della gente che non c'è più. Tutto sommato forse è meglio che tutto resti così com'è, e che piano piano il villaggio si riduca ad un rudere abbracciato da rovi, muschi e ortiche, scomparendo lentamente sotto le fronde dei frassini che già quasi coprono il sentiero.