- XIX -

 

 

 

 Castagna, Marsiglia e Menelik

  

 

Mandrie e pastori in Piemonte. In pianura d'inverno, in montagna d'estate. L'allevamento di bovini, caprini e ovini non un settore economicamente in buona salute, tuttavia sono ancora tanti i margari che passano i quattro mesi estivi negli alpeggi e il resto dell'anno nelle cascine al piano, cambiando sovente indirizzo a seconda dei prezzi del foraggio e dei contratti possibili con i <cassinè>. Qualcuno in pianura, d'inverno, porta ancora greggi di pecore di pascolo in pascolo, accampandosi con la tenda per la notte o bivaccando in cascine decrepite. Sono gli ultimissimi pastori nomadi dell'Europa. Un mestiere ancestrale, faticoso, scomodo.

Eppure ce n'è ancora tanti che, legati alla tradizione, continuano l'attività dei padri e dei nonni, pur rendendosi conto di essere quasi dei sopravvissuti, e che, se alla fine dell'anno facessero il conto del lavoro fatto, ore spese e ricavi, il risultato sarebbe la negazione di qualsiasi teoria economica. Ma evidentemente ci sono in ballo altri fattori. Condurre una mandria ai pascoli estivi, accudirla dall'alba al tramonto, rimanere isolati per mesi, può non essere solo una condizione scomoda. Per qualcuno una scelta quasi obbligata, una continuazione per forza d'inerzia dell'impresa famigliare, un odio-amore, un feroce attaccamento alla propria storia. Per altri una situazione che non cambierebbe con nessun altra. Una vita in pace e silenzio, fatica sì, ma poche preoccupazioni salvo quelle quotidiane, con il conforto di gesti sempre uguali, e incombenze previste. La lontananza fisica dal mondo industriale favorisce questo estraniamento psicologico. E anche se d'estate non sono inconsueti incontri con  forestieri in vacanza, questi si risolvono in rapporti così superficiali che non intaccano la sostanziale estraneità delle due culture.

Ancora oggi è tutt'altro che raro incontrare montanari che sono scesi dai bricchi solo una volta, per andare soldati, e non hanno mai più rimesso piede a Torino, o Cuneo.

Senza andare tanto lontano in una frazione sopra Giaveno, in mezzo ai boschi, ma non isolatissima, abitano due anziani fratelli, che vanno una volta la settimana a fare la spesa al mercato e Giaveno, (di scendere a Torino non ne parla nemmeno <e poi per andare a fare cosa?>) e poi tornano di corsa a casa perchè <in città> (cioè Giaveno) c'è troppa confusione. Così un pastore con poche capre, incontrato nella bassa valle Po, vicino a San Front, in una frazione dalle parti della celebre Balma Boves, andò al distretto di Cuneo nel '42, fece il suo dovere di soldato, tornò a casa e non scese mai più dal suo <truc>.

Questi personaggi, (comunque rari e in progressiva diminuzione), alcuni scapoli, un po' eremiti, forse diventati misantropi per forza, non rifiutano tanto il resto del mondo: semplicemente lo ignorano. Se ne infischiano di Canale 5, dei giornali, della crisi delle ideologie. Vivono con molta semplicità la loro condizione, non la teorizzano, ci stanno dentro senza tante filosofie. Hanno poche esigenze e poche spese. Seguono le stagioni, (come tutti i contadini per esempio non usano l'ora legale e vanno avanti col sole, sempre), lavorano tutto il santo giorno anche da vecchi, fumano il toscano o torciano tabacco trinciato forte, seduti davanti alla porta di casa, la sera, salutano i viandanti se ci sono, non gli importa di non lasciare grandi segni del loro passaggio su questa terra, e sicuramente non si sono mai posti nemmeno il problema.

La giornata tipo di un pastore (possiamo chiamarlo Batista), in alta montagna non prevede necessariamente la sveglia all'alba. Presto sì, intorno alle sei, perchè bisogna mungere, ma le bestie sono avviate al pascolo alle otto, le nove. A quell'ora, oltre i 1.500 metri d'altezza, fino ai duemila, fa ancora freddo. Le vacche, se in stalla, sono liberate dalle catene ed escono senza fretta. Se hanno dormito all'aperto, si apre il recinto e fuori. Le abitudini cambiano da un posto all'altro. Alcuni lasciano le mandrie custodite dai cani e stanno a casa a lavorare, altri rimangono sul posto tutto il giorno, appoggiati al bastone, la giacca in spalla. Molti hanno con sè la famiglia. Le donne non hanno solo l'incombenza del focolare, ma lavorano come gli uomini nella stalla e al pascolo. Così i ragazzi. Un tempo - tanti lo fanno ancora - per la stagione si portavano in montagna anche galline, oche, maiali, (da ingrassare con i resti della lavorazione del latte), il mulo. Oggi in molti alpeggi sono ricomparsi i cavalli da soma. Razze italiane, ma anche aveglinesi (biondi, originari del Trentino) e i neri Merens, rustica razza pirenaica, ambientatasi da un decennio in Val Varaita per iniziativa di un gruppo di giovani che fanno capo alla Cooperativa Lu Viol.

Una delle fatiche di Batista è andare a cercare gli animali che si perdono. Succede. Ogni tanto sparisce una manza, una pecora. Non ci sono ladri di bestiame in montagna, ma gli animali ogni tanto si allontanano e perdono la strada. Può anche capitare che cadano in qualche dirupo. Seccature in questo senso vengono anche dai cacciatori. I cani da caccia, tenuti per la maggior parte dell'anno in città o comunque in pianura, se capitano nelle vicinanze di una mandria possono anche perdere la cognizione e sbranare pecore ed agnelli. O dar loro la caccia finchè s'infilano in qualche brutta situazione. Peggio sono i cani inselvatichiti che ogni anno provocano cospicui danni. Bestie randagie e selvagge, difficili da avvistare e quasi imprendibili. Per non parlare dei cinghiali che quando arrivano in un posto di loro gradimento, erpicano letteralmente il terreno con le zanne scorticando il pascolo. Qualche margaro ha dovuto perfino installare il cannone a gas, un attrezzo che spara terribili colpi (a salve), ogni tanto di notte. Ma i cinghiali dopo i primi spaventi, continuano a grufolare.

Nel tardo pomeriggio di questo nostro pastore tipo - dopo aver lavato la stalla con l'acqua corrente (un'operazione da fare tutti i giorni), deviando il canale scavato apposta nelle vicinanze - arriva il momento della mungitura. Le bestie tornano dopo aver ruminato tutto il pomeriggio, con le pance gonfie di erba. Il latte munto bisogna metterlo nei bidoni se si manda a valle, o lavorarlo subito nei grandi paioli di rame, facendo burro e tome. Alcuni grandi alpeggi, serviti dalla strada, lo mandano giù tutte le sere. Mungono direttamente in recinti costruiti vicino alla strada e via. Il profitto degli allevatori sta tutto quindi nel latte e i suoi derivati. Qualcosa viene dalla vendita di vitelli, capretti, agnelli. E il tutto è legato all'andamento stagionale (pioggia o siccità, quindi buon pascolo o erbe secche), ai prezzi del fieno per l'inverno, alle malattie delle bestie. Dopo la mungitura il nostro Batista può cenare, far due parole con la famiglia, se c'è, e a letto.

Nelle Alpi piemontesi sono ancora tanti gli alpeggi occupati, anche se molti altri sono in stato di abbandono e i prati non vedono la falce, una vacca o una capra da decenni. Ci sono posti, con le vecchie stalle dalle volte basse, ormai crollate o in procinto di abbattersi per naturale consunzione, dove - anche se non c'è pi— una bestia da anni - continua il rigoglio della vegetazione ammoniacale (specialmente ortiche e spinaci selvatici, i cosiddetti Bon Henry), cioè quelle erbe che vegetano di preferenza intorno ai letamai (l'orina animale contiene ammoniaca). La potenza di questo concime naturale è tale che perdura anche decenni dopo che la concimaia non esiste più. Quindi anche se gli edifici sono scomparsi è facile riconoscere un vecchio alpeggio, un giass, guardano le erbe.

Tanti i toponimi ancora in uso per indicare l'alpeggio, diversi di valle in valle: alp o alpe, miande o muande, tetti, prato, prese, balma o anche barma, cialma, comba e combal, truc, serre, ruata.

I nomi delle vacche si ripetono quasi identici, una generazione dopo l'altra, ripresi intatti dalla tradizione, in dialetto o in italiano. Ci sono allevatori che si vantano di non aver mai comprato una bestia in pianura, (questioni di salute), e di avere solo bovini nati da vacche <della famiglia>. Anche per questo i nomi sono sempre quelli. Si rinnovano una figliata dopo l'altra. Si trovano confusi tutti insieme, definizioni naif, nomi semplici riferiti al colore del mantello, lontane reminiscenze storiche, di guerre ed emigrazione: Bionda, Mora o Moro, Rossa, Bianca, Bianchina e anche Biancone, Pastorina. Poi ci sono i nomi di frutti della terra, Nocciola, Castagna, Limone, Portigal. Nomi esotici: Frontiera, Tripoli, Adua, Marsiglia, Ginevra, Merica, Lione, Spagna, Fransa, Germania, Negus, Menelik, o di città una volta lontane come Genova. Vezzeggiativi come Carina, Bimba, Diletta, Birba, Stella, Margherita, Parpaion (farfalla in piemontese). Aggettivi regionali diventati nomi propri: Toscana, Lombarda, Romana. Poi varie come Savoia, Regina, Merlo, Alpina, Bandiera. Capre e pecore invece non vengono battezzate. Hanno meno personalità, valgono meno, forse. Sono più gregarie, appaiono più come gregge che come bestie singole.

Al cittadino sempra impossibile, eppure ciascun pastore conosce una per una, per nome le sue bestie, fosse anche una mandria di cento capi, le riconosce da lontano, secondo il mantello, le corna, l'andatura, la statura. Ne conosce il carattere, i vizi. Le chiama, invia ordini con suoni e richiami sempre uguali, da secoli. Il marghè che chiama una bestia o grida al cane, sembra che sia sempre furibondo, invece usa semplicemente un <tono> necessario e indispensabile per farsi ubbidire. Perfino le bestemmie, che sono quelle classiche, <normali>, fanno parte evidentemente dei suoni usuali. Mancando, la litania dialettale ne uscirebbe monca, incomprensibile agli armenti che evidentemente hanno grande memoria storica. Tanto che tornando alla stalla la sera, si mettono ciascuno al suo posto, davanti alla greppia, senza far confusione, riconoscendolo da un anno all'altro.

Discorso a parte i cani da pastore. Animali rustici per eccellenza, quasi sempre bastardissimi, scarmigliati, sempre con la lingua fuori per la corsa, con una capacità lavorativa incredibile e tanto intelligenti da valutare a naso il forestiero, distinguendo per istinto il furfante  dall'escursionista di passaggio. Quando sono al pascolo stanno accucciati accanto al padrone osservando attentamente i movimenti dell'armento e con un orecchio teso agli eventuali ordini. Appena il marghè urla, scattano come frecce per raggiungere i garretti di una manza vagabonda, o una pecora indisciplinata che perde tempo a brucare lontano dal gregge che invece sta rientrando. Cani che si guadagnano onestamente la vita, e che non sanno nemmeno cosa il kitekat e altre robe in scatola, ma mangiano di tutto, quando c'è. Molti vivono a pane e latte e stop. Bestie che valgono un Perù, anche se un prezzo di mercato non esiste.

Ma un marghè del Collombardo sopra Condove dice <Lo vede questo cane? Bene se mi desse due milioni non glielo do. Questo qua gli dici di andare a prendere le bestie lontano un chilometro, va e le porta indietro da solo>. I cani da pastore sono tali di padre in figlio. I cuccioli vengono in genere regalati, i pastori non ne fanno commercio, li danno ai colleghi che ne hanno bisogno.   

I campanacci sono di due qualità quelli <di tutti i giorni>, senza ornamenti e con collari rustici, e <quelli della festa> che si usano per tornare a valle alla fine di settembre. Sono lucidi, magari cromati, di rame o bronzo, con grandi collari di cuoio istoriato. Alla fiera di San Chiaffredo a Crissolo, ad agosto in alta valle Po, ce n'è sempre una grande quantità, insieme agli attrezzi - falci, rastrelli, scuri, vanghe - e ai classici bastoni da pastore, aborriti dagli animalisti.   

La maggior parte delle bergerie sono ancora collegate al fondo valle con sentieri e mulattiere, percorsi qualche volta da giovani pastori che hanno sostituito il mulo con la moto da trial, ma molte sono ormai servite da strade poderali, piste forestali interdette al traffico privato. Tante le grange con due, tre secoli di vita, lose e pietre a secco, pesanti porte di legno grezzo, finestrine con l'inferriata, il focolare in un angolo, le pareti della cucina incrostate di caligine, ma forse altrettante le nuove costruzioni, alcune perfino belle e dotate di elettricicità con piccole centraline idrauliche. E' anche abbastanza diffusa ormai, la radio, collegata col fondovalle, spesso messa a disposizione dalle Comunità Montane. La vita in questi casi è quasi normale, nel senso che c'è la luce elettrica, il frigorifero, la tv. Si può scendere a valle a fare la spesa con la macchina o con l'Ape, o portare il burro o i formaggi al grossista o al mercato, una volta la settimana.

Chi non ha la fortuna di avere la strada, tira avanti come ai tempi di Noè, andando su e giù col mulo (ma ce n'è sempre meno) o con lo zaino. Molti non lavorano il latte perchè quello che c'è è usato solo per i vitelli e allora il lavoro è minore. Ma nel caso dei margari c'è da correre dalla mattina alla sera. E alla fine della giornata, nessuno ha problemi d'insonnia. Si piomba nel letto, con due coperte, mentre dalla stalla, o dal recinto, vengono leggeri scampanii notturni.