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Mulattiere e sentieri 

 

 

Sentieri in montagna. Qualche volta solo una vecchia traccia appena visibile, mangiata dalle erbe, che si perde a tradimento in una pietraia, nel bosco in mezzo ai mirtilli; o una mulattiera, magari ben lastricata, profondamente incisa nel fianco di una bastionata o che corre tranquillamente in un bosco di larici, con le pietre lucidate da migliaia di scarponate. O ancora rigorosi tracciati costruiti dai genieri alpini a scopi bellici, zig-zag regolari, con muretti di sostegno, canali di scolo delle acque. Un tempo, quando i monti erano più fittamente abitati di oggi, i sentieri erano battuti quotidianamente e costituivano un intricato universo viario pedonale, segnato unicamente da solitarie cappellette e piloni votivi. Oggi molti tracciati sono spariti, altri sono usati così poco da venir sepolti dagli ontani nani, da macchie tenaci di rododendri e rose canine, dal sottobosco.

Fino a prima della guerra pochissimi escursionisti usavano cartine topografiche; c'erano solo quelle militari al 25 mila, ma ampi tratti delle Alpi erano off limits (a causa delle imponenti installazioni militari, fortezze, bunker, caserme, depositi) e le carte relative non erano in vendita. Quindi andare in montagna voleva dire chiedere indicazioni a montanari e pastori, o accompagnarsi a qualcuno che conoscesse la strada. Oggi invece gran parte dei tanti sentieri rimasti sono <segnati>. Vuol dire che ogni itinerario ha un suo segnavia che si ripete dall'inizio alla fine del tragitto. Un semplice segno rosso di vernice, diventato negli ultimi tempi più elaborato. Bianco e rosso con la sigla <Gta> (Grande Traversata Alpina), punti gialli circondati da un filo nero col numero dell'itinerario in valle d'Aosta, e poi segni blu, gialli. Insomma quasi una segnaletica automobilistica come in pianura. Ai tempi di Quintino Sella i segni erano solo costituiti da ometti di pietra, cioè piccoli (o grandi) mucchi di pietre più o meno regolari, visibili anche da lontano, e utili quando la neve copre e livella il terreno. 

Oggi la frequentazione dei wilderness di casa ha portato un aggiornamento non sempre giustificato. La questione, marginale ma non insignificante, è già al centro di polemiche. Sotto accusa in particolare, gli organizzatori di gare e marce alpine che sovente segnano il percorso con esagerate pennellate di vernici indelebili, confondendo non solo le idee agli escursionisti futuri, ma imbrattando senza rimedio rocce e alberi.

Anche i cartelli con l'indicazione di un colle, un rifugio, una vetta, si stanno moltiplicando. La Valle d'Aosta in questo senso è molto attiva e precisa. Forse fin troppo. I segnavia valdostani (perfetti), sono infatti composti da paline in ferro con cartelli in lamiera verniciata, con indicazioni chiare: quota, nomi, tempi di marcia. Ma il nitore degli oggetti qualche volta stona con l'ambiente e sarebbero preferibili i cartelli in legno, in uso nei parchi (Orsiera, Gran Paradiso, Argentera, Valle Pesio, per dirne solo alcuni). Paradossalmente sono meglio i vecchi cartelli (sempre di lamiera) del Cai, ormai mezzi rosi dalla ruggine, qualche volta poco leggibili, è vero, ma appunto per questo integrati con il bosco, il macereto, i pascoli. Hanno preso tanta acqua, sole e neve, che si sono guadagnati il diritto di cittadinanza ad honorem. Andare in montagna è attività anche poetica, se vogliamo, quindi ci si conceda la preferenza. 

Ma c'è anche altro da leggere andando per sentieri. In vicinanza delle vette, ci sono le lapidi dei caduti. Di pietra, di marmo, qualche volta di bronzo, spesso con la foto dell'alpinista <morto sulle montagne che tanto amava>. O Crocette di ferro arrugginite. Messe da amici, dai parenti, con frasi inneggianti. Oleografie che fanno parte integrante - volenti o nolenti - della cultura legata alla montagna. Poi ci sono i vecchi cartelli metallici della Pro Natura che invitano a rispettare l'ambiente. Anche questi sono patetici, pieni di anni e ammaccature e si stanno trasformando a loro volta in reperti da tutelare. Sono invece spesso bucati da pallottole di diverso calibro gli avvisi <Divieto di caccia>, inchiodati sugli alberi. Non sono brutti invece i quadretti verdi che segnalano i parchi naturali piemontesi. Ogni tanto li vedi anche lontani dal sentiero, appiccicati ad un masso, piantati in cima ad un paletto di legno.  

Ma per tornare ai segnavia c'è ancora da aggiungere qualcosa. E cioè il piacere di andare a caccia del sentiero giusto quando si procede su terreni fuori mano. Con la nebbia o nuvole basse diventa un affare serio, se il percorso è sconosciuto e l'ambiente ostico. Ma in condizioni normali è un piacevole esercizio di osservazione, scrutare l'andamento del terreno, indovinare impercettibili tracce, scoprire in lontananza, (finalmente), un ometto, o una sbiadita pennellata di minio che significa che si è sulla strada giusta. E si è riconoscenti a quegli sconosciuti volontari, che per anni hanno battuto (e battono) le montagne con vernice e pennello, dormendo spesso dove capita, camminando dall'alba al tramonto, segnando per la comodità altrui chilometri di antiche tracce.