- XVII -
Acque ferme
Il bello dei laghi piemontesi non è facile da consumare, richiede applicazione, intelligenza e la capacità di capire attraverso le budella sommerse delle acque apparentemente ferme, l'impalpabile rapporto tra la terra, l'acqua, la storia, la gente, la cultura.
Di festa, d'estate al lago d'Avigliana ci sono barchette a vela, bagnanti, sciatori d'acqua e a riva reggimenti di crapuloni a intasare ristoranti e bar, prati e spiaggette, mentre le auto ostruiscono con dighe e barricate strade, cancelli, sentieri. Ma basta passare in settimana per cambiare secolo. In alto la Sacra di San Michele riprende i suoi connotati di millenaristica fortezza monastero e guarda in giù, arcigna e sospettosa come fossero ancora i tempi dei saraceni e dell'eresia catara. Mentre intorno il silenzio feriale e i boschi di castagno, strapazzati il giorno prima dai cercatori di funghi, sono un irresistibile invito a camminare a piedi. I due laghi che si chiamano, per la precisione, Lago Grande e Lago Piccolo, riprendono il loro aspetto di passato remoto, aiutati nella metamorfosi dalla campagna che resiste impavida e coltivata, e dalla palude dei Mareschi, oasi naturale di canne, alghe, libellule e zanzare, nitticore e gallinelle d'acqua.
Tutte le stagioni sono buone per andare in Canavese a bagnarsi il becco nelle acque dolci dei laghi di Candia, Viverone, Sirio. Lo specchio di Candia è il più grande, salvato dalla peste dei motoscafi, pieno ancora di lucci, tinche, carpe e qualche persico. Tra i canneti borbottano le rane, le piccole paludi a riva, animate da inintelleggibili andirivieni selvatici, sono percorribili con barchette a pertica, navigando lungo canali emissari che arrivano in lontane campagne. Cabotando la mattina presto d'estate, può capitare di spaventare qualche alzavola, o un germano reale, tagliando con la prua domestica un tappeto di erbe lacustri e si potrebbe essere benissimo in un anfratto del delta del Danubio, salvo che non ci sono storioni ad azzannare la chiglia della barca, nè pellicani in pastura sulle rive. Il barcaiolo non è rumeno, (per ora), ma l'incanto naturale dell'ambiente è molto simile. In più sbarcati e messe le gambe in spalla, c'è tutto il micro continente canavesano da esplorare. La pure modesta superficie del lago, 170 ettari, è sufficiente a rendere diverso il clima dei dintorni, permettendo il rigoglio di oleandri e palme in qualche giardino fuori mano.
Questa parte del Canavese richiederebbe camminate calme, col naso in aria, curiosando tra le cancellate di ville liberty e ottocento, dove d'inverno resistono le macchie verdi dei bambù, i cespugli maculati dell'aucuba, e d'estate, all'ombra, gonfiano le ortensie in siepi floride e rotonde, si sdilinquiscono iris bianchi e viola. E si viaggia tra castelli e grandi cascine, paesi porticati, torri e campanili, vigne, frutteti, trattorie e locande dove raramente si mangia male.
Il lago di Viverone è già più sportivo. A luglio e agosto è sconsigliato agli anacoreti. Si radunano moltitudini di bagnanti, gitanti, natanti. Tanti. Ci sono alberghi e campeggi per qualche migliaio di posti letto e un passo di clienti internazionali che sostano una notte o due nella migrazione verso sud. Anche in questo caso il feeling segreto dell'acqua e della terra, bisogna andare a cercarselo piano piano tra le basse colline, la palude, le case che erano già vecchie ai tempi di Gozzano, camminando nella calura, nelle ore tra mezzogiorno e le due, quando il lago è esausto e fermo fin nelle sue più piccole onde, e le cicale si fregano le zampe, con quel rumore che ricorda infanzie campagnole.
La zona è una frontiera, un crocicchio di colture e culture, cedendo gradatamente il mais e la vigna alle risaie che cominciano pochi chilometri a est. Le risaie non sono laghi, ma un'immensa distesa d'acqua, profonda pochi palmi, visibile solo a primavera. Ci sono tante strade che le attraversano, provinciali, comunali, poderali, che corrono sugli argini, sulle rive dei canali, in paesi che si chiamano Cavaglià, Saluggia, Carisio, fino a Santhià e oltre in direzione di Novara e Vercelli, provincie che sono ormai quasi Lombardia. Un mondo a parte con aironi e garzette bianche, cimiteri che spuntano dalle acque, filari di pioppi, risiere ottocentesche in parte abbandonate, rane e zanzare.
Risotti come si deve si mangiano dappertutto, ma nessuno abbandoni la zona prima di aver mangiato la panissa, che è fatta semplicemente di riso, fagioli, sedano, cotto a lungo, meglio se al forno, benedetto dal cotechino o dalle cotiche di maiale. Non è roba da signorine, ma che Dio abbia in gloria quella brava donna che nel tempo dei tempi riunì la prima volta gli ingredienti nel tegame.
La Valchiusella è ancora compresa nei confini Canavesani, ed è la catarsi della pianura, del cibo, della palude, della barca a vela. Appena sopra Ivrea si arrampica verso il Gran Paradiso e nella sua parte bassa tra le prime conifere, gli ultimi castagni, faggi, e betulle, ha due laghetti da cartolina: Alice e Meugliano, in un ambiente di felci e torbiere di mezza montagna, con le prime case in pietra, la dolcezza dei pascoli, la gente che avendone viste di tutti i colori non ha più paura di niente, ed è gentile e socievole.
I laghi in montagna sono per forza di cose poco ampi, gli invasi maggiori sono artificiali, ma non per questo sono da evitare. Almeno due val la pena di citarli: quello del Moncenisio appena oltre la frontiera con la Francia, ma orograficamente entro il sistema alpino piemontese, è un colossale esempio di diga in terra battuta ad alta quota (circa duemila metri). L'opera, del dopoguerra, ha cambiato i connotati del vastissimo altipiano, sommergendo l'ospizio e alcune frazioni. La zona è un unico immenso pascolo che secondo la stagione prende colori diversi, e potrebbe essere il Belucistan, o una porzione di Bolivia con vacche pezzate rosse invece che lama o alpaca.
Diverso il sistema di bacini idroelettrici dell'alta valle dell'Orco. Il primo è a Ceresole Reale a quota 1600 metri, seguito dal Serrù a oltre duemila metri e dall'Agnel, catino di acqua gelida e chiara, costeggiato dalla strada che porta al colle del Nivolet, ormai entro i confini del parco del Gran Paradiso. Quì laghi e montagna sono tutt'uno, il paesaggio è ampio, maestoso, aspro. Al colle tira sempre un'aria gagliarda, e appena va giù il sole si gela anche a luglio.
Gli altri laghetti nascosti nelle pieghe delle Alpi piemontesi sono unicamente a disposizione di chi ha ancora l'antiquata abitudine di camminare. Ce n'è una quantità spropositata a quote variabili tra i due e i tremila metri, parecchi, asciutti un anno, ricompaiono l'anno dopo a seconda delle precipitazioni dell'annata Qualcuno è più famoso di altri, come i Tredici laghi sopra Prali in Val Germanasca, che sono di più ma per comodità e scaramanzia il nome è quello e stop. Cè il Lago Nero sopra Cesana, in mezzo ai larici, che è plumbeo solo quando riflette nubi temporalesche, e dove si dice che i nazisti in fuga avessero seppellito chissà quale tesoro. Anni fa sommozzatori fecero ricerche ma non trovarono niente. Opppure il lago Verde in valle Stretta, oltre Bardonecchia, che è verde davvero per via delle alghe.
Sul lago Maggiore sono cambiati i tempi del Piccolo Mondo Antico, aumentati i prezzi e la baraonda estiva, decaduti in parte i grand hotel, spuntati campeggi, discoteche e pizzerie. E' un lago che è una specie di mare ma più a portata di mano, con burrasche e naufragi, ma dove si può essere marinai al mattino, alpinisti al pomeriggio o viceversa, e alla sera viveurs; e andare perfino all'estero visto che la Svizzera è a due passi. La Svizzera è importante perchè portofranco come idea, e perchè un posto di vacanza è bene sia aperto a molte possibilità, ipotesi di fuga, digressioni, trasgressioni. Magari uno non si muove da Intra o Pallanza, passa il tempo in riva all'acqua a leggere il giornale, mangia un gelato nelle cremerie di Stresa, va a vedere il San Carlone - un santo così alto, tutto di bronzo e vuoto dentro che non si è mai visto - e di passare il confine non gli passa neanche per la testa. Ma tra l'acqua davanti, libera, e la strada a sinistra, che basta la carta d'identità per arrivare fino in Svezia senza che nessuno ti dica beh, uno si sente tranquillo, assiso in mezzo al crocicchio delle genti, con la certezza di potere in qualunque momento prendere la giacca e via.
Sarà anche questo fatto a favorire l'adulterio di lago, non solo per le nebbie autunnali e Fogazzaro e Byron, ma perchè l'illecito ha più gusto se consumato in territorio cosmopolita, e con spazi liberi a portata di mano.