- XVIII -
Batista Marinaio
Batista era stato una volta al mare, al porto di Savona. L'unica cosa che conosceva di marino erano le acciughe sotto sale dentro le latte da cinque chili che si vendevano al mercato. Se ne comprava un etto o due al massimo e costavano poco. Le latte vuote servivano poi da vasi per i gerani e il rosmarino, allineate in cortile o sul balcone, così artisticamente decorate con le figure dei pesci e le scritte marinaresche dorate su fondo rosso scuro. E gli faceva strano che pesci di mare anche se conservati, fossero cibo così comune in Piemonte e soprattutto in montagna.
Come anche il merluzzo, che una volta si teneva fuori dai negozi, a bagno in bacinelle di ferro smaltato – blu fuori, bianco dentro - oppure lo stoccafisso secco, appeso a mazzi legati col cordino al soffitto, insieme a salami e prosciutti. Le acciughe - vendute sciolte dagli acciugai della val Maira, che vestiti di velluto e fustagno giravano tutto l'inverno col carretto per città e campagne - erano una merce quasi domestica, arrivando dalla Liguria (ma anche dalla Sicilia, dalla Spagna, dal Portogallo), mentre il merluzzo era esotico e nordico, più forestiero, anche se come pietanza era ormai casalinga, da mangiare soprattutto con la polenta, cucinato al verde, con prezzemolo, aglio o cipolla, un po' di conserva.
A dir la verità c'era anche qualcos'altro di oceanico nella testa di Batista: le conchiglie fossili dell'astigiano. Le aveva scoperte quando andava e prendere le uve alla cascina Manina, in valle Cipollina, e al Bric delle Capre, in valle Andona, tra Villafranca e Montafia in provincia di Asti. I fianchi delle colline mostravano banchi di argille chiare, sedimenti di ghiaie rossicce, sabbie giallastre e grige, in cui affioravano conchiglie di ogni qualità, anche grosse come una mano, vecchie di milioni di anni. Le valve si annidavano tra le radici delle robinie, dei ciliegi selvatici, delle farnie, e bastava grattare un po' la terra per tirarle fuori. In certi punti ce n'erano strati compatti e fitti, che dovevano anche comprendere coralli, scheletri di pesci, rimasugli di molluschi. Gli scienziati chiamavano la zona <bacino pliocenico astigiano>.
I contadini quando aravano rivoltavano insieme alla terra frammenti vagamente madreperlacei, li trituravano con gli erpici e le frese, e i materiali fossili erano così tanti che i campi diventavano dei chiaroscuri, con solchi color marrone, sfumati in chiazze più chiare. Batista immaginava questo mare preistorico dove adesso c'è il Monferrato, con onde lunghe che arrivavano da Alessandria (ma Alessandria non c'era ancora), con balene e dugonghi negli abissi, oltre la barriera corallina che magari era dalle parti di Acqui, e lagune di acque calde e trasparenti, e sulle spiagge foreste tropicali.
Arrivato alle banchine savonesi, Batista era rimasto incantato dall'odore forte del salso, dall'aria fresca che veniva dal largo, dalle barche colorate dei pescatori, dai bastimenti che, anche se fermi, esalavano vapori dal fumaiolo e buttavano getti d'acqua dalle fiancate, dai grandi rimorchiatori di aspetto fortissimo, che potevano andare in qualunque oceano anche tempestoso e non affondare mai. E considerava con ammirazione le rugose pilotine che con gli anni di onde, sole e pioggia erano diventate come vecchie tartarughe, un blocco solo di fasciame, pece, bronzo e alluminio, la tuga striata di colori sbiaditi, un odore intenso di nafta e pesce, la ruota del timone consumata dalle manacce di almeno due generazioni di uomini di mare, che avevano quella bella cantilena ligure, e dicevano sempre belin e anche belan.
Gli sembrava che se non fosse stato montanaro avrebbe potuto essere benissimo marinaio, con la voglia che aveva di andare sempre da un'altra parte a vedere cose sconosciute. Il porto è un posto magnifico per questo. Il mare ti permette di andare dappertutto anche agli antipodi, basta avere tempo. Non vedi nessun confine, come in montagna, il mondo sembra libero e disponibile, almeno finchè sei in acqua. Un pensiero che gli dava i brividi.
Quel grande pensiero di libertà si scontrava però con le divise dei finanzieri che controllavano i carichi, la gente, i passeggeri. Sapeva che insieme alle merci autorizzate, legalizzate da plichi di carte piene di timbri e firme in tutte le lingue, ci sono immensi traffici clandestini, contrabbandi di ogni genere, e anche il mondo estraneo e lontano degli armatori, onesti e disonesti, le truffe alle assicurazioni, gli ordini via radio che dirottano un carico da un porto all'altro a seconda della convenienza del mercato al momento, per quella certa materia prima, petrolio, grano, fertilizzanti, caffè, banane.
Batista sapeva queste cose, ma gli interessava di più l'idea del mare, il senso di grande nave che va lontano, l'astrazione del mestiere di marinaio o di ufficiale di macchina o di capitano. Anche se questi erano specialisti e tecnici, mica poeti e vagabondi. Gli piacevano soprattutto i pescherecci e i piccoli mercantili quasi in disarmo, incrostati di molluschi e vecchie vernici, carrette con nome e bandiera cambiati chissà quante volte, dipinte e ridipinte alla meglio, gli ottoni ossidati, e negli angoli dei boccaporti e delle maniche a vento, ruggini invincibili. Ogni tanto si vedeva uno dell'equipaggio guardare a terra appoggiato alla murata. Batista non sapeva neanche immaginare di che nazionalità fosse, che pensieri aveva in testa. Era magari siciliano, greco, o albanese.
C'erano anche facce asiatiche sui ponti, e va a sapere se erano cinesi, coreani, malesi. Gente mai vista dalle sue parti, anche se ogni tanto in valle cominciavano ad arrivare poveri venditori ambulanti, marocchini e neri del Ghana, della Nigeria, del Camerun, e d'inverno si scaldavano nei caffè di Revello o di Pradleves. E gli veniva in mente che anche i suoi vecchi erano andati a fare i venditori ambulanti fino al principio del secolo, e facevano le stesse vite di questi africani spaesati, pochi soldi, fastidio o un po' di commiserazione della gente, dormire dove capita, condannati a girare dal mattino alla sera col caldo e col freddo.
Camminando sui moli Batista guardava da sotto in su piroscafi giganteschi all'ancora, tenuti fermi da gomene grosse come un braccio, con bandiere mai viste e nomi ostrogoti. Ognuno fatto in maniera diversa, secondo se era petroliera, o da carico, traghetto, o fatto per portare prodotti chimici. In quel caso la nave era un intrico di tubi e serbatoi anche in coperta, e il castello di poppa alto come un palazzo, con la plancia e gli alloggi, guardava su una specie di raffineria complicata, un labirinto metallico misterioso color argento, con sigle ermetiche, scritte in inglese. Gli sembrava impossibile che bastimenti così grossi potessero ad un certo momento muoversi, lasciare il porto lentamente senza urtare nessun altro, o demolire una banchina, e mettersi in rotta con precisione verso chissà quale Africa o America, senza sbagliare, navigando anche di notte, con il timoniere assorto e solitario, a guardare ogni tanto la bussola, il buio infinito di fuori, e magari la prua spazzata dalle onde se il mare era grosso.
Batista ricordava i racconti di suo nonno Tistin, che era andato in Brasile da giovane, col famoso passaporto rosso, quello degli emigranti, e aveva fatto un viaggio bestiale su un piroscafo, pigiato nella stiva tra centinaia di disperati, non solo italiani, ma anche arabi e turchi. <Trenta giorni di nave a vapore> diceva una canzone di quei tempi e anche <come le bestie abbiamo riposà>. Poi anche a terra non era andata tanto meglio. Sempre la stessa canzone diceva <Andremo coi carri dei zingari, andremo coi carri dei zingari, in America voglio andar>. C'era dunque del mare nella memoria collettiva dei montagnini, ma un mare il più delle volte ostile, anche doloroso, non epico, ma visto come ostacolo da superare, territorio di nessuno da attraversare in fretta, per ritrovare sotto i piedi la terra ferma e l'odore delle piante.