- XXIV -
Batista una volta cantava
Batista come musica era quasi zero, cioè come teoria. Aveva imparato a fatica a solfeggiare da giovane, e aveva suonato un po' la fisarmonica. Poi aveva dimenticato le crome e le biscrome, le corone, la chiave di basso; quella matematica rigorosa che governa un fenomeno così inspiegabile e fantastico che è l'armonia, la melodia, gli accordi: un gruppo di note che chissà perchè, messe insieme formano un suono pieno e strabiliante, una cosa impalpabile che adesso c'è e tra un momento non c'è più, e avverti il dispiacere che finisca, e ti mette in movimento i sentimenti e l'intelletto, ti porta in posti mai visti, altrimenti inesistenti, belli, armoniosi, poetici; una specie di passaggio verso l'aldilà, un insieme fatto d'aria che diventa come una buona pietanza, un momento di felicità piena e compiuta. Che riesce qualche volta a scioglierti quei macigni interni, quei grumi interiori di pece e catrame, quei gomitoli di merda secca e filo spinato. Una cosa strana, come il tempo che passa,che può provocarti un tremore leggero e profondo, che scuote le fibre, le distacca, le divide in fasci sottili e sensibili, che si allungano verso un chissà dove, comunque un posto infinitamente più bello del solito, anche se sai che non esiste, accessibile con un senso che c'è solo ogni tanto, a sorpresa, e poi si spegne e ti rimette al buio.
Batista aveva anche cantato nel coro dell'Ana di Acceglio, ex alpini, cioè no, alpini in congedo, chè gli alpini non sono mai ex, e guai a dirgli così. Comunque questi alpini in borghese sono strambi. Sempre pronti a fare delle cose per gli altri. Conservatori, molti sempre in chiesa, <custodi delle tradizioni>, nel senso che conservano tutto il buono e il cattivo, non buttano via niente. Saranno altri a decidere quello che merita conservare e quello che si può tranquillamente eliminare. Pittoreschi fino alla oleografia: polenta e salsiccia, vino, acciughe al verde e gorgonzola, camicie a quadri, la piuma sul cappello, veci e bocia, sempre disposti a issare una madonna su una cima, una targa, una croce di ferro, ma anche disposti a farsi in quattro per aiutare qualcuno, a muoversi, organizzarsi per la società civile, la comunità.
Le canzoni del repertorio erano sempre le stesse, quelle che cantavano già i vecchi della Grande Guerra, e che poi erano sovente canzoni che si cantavano anche prima con parole diverse. Solo che in quei momenti di disperazione per la trincea e gli Austriaci, e il freddo, la fame e i pidocchi, il pensiero della casa, con la moglie o la morosa da sole, e i fieni da fare, le patate e la segale da seminare, non si poteva anche fare la musica. Si prendevano le canzoni già fatte e si cambiavano le storie e si cantava tutti insieme e poi venivano i lucciconi, perchè una bella aria, specialmente se c'è la guerra e non sai se tra un momento sei morto, fa sempre commozione.
A Batista piaceva cantare nel coro perchè aveva scoperto che un conto è cantare da solo, un altro è fare ognuno la sua parte e poi alla fine quando metti le quattro parti insieme viene fuori una cosa mai sentita, che fa venire i brividi, con delle musiche profonde e ariose, non perchè ci credi che sia vero quello che canti, ma perchè è un'idea finta ma grandiosa e poetica, e per questo ti prende dal di dentro, e ti piacerebbe crederci alla pastora e al suo bel caprin, alle tre colombe bianche sulla riva del mar, e alle belle rose du printemp.
I cori che si facevano quando si provava nel salone della parrocchia non erano perfetti, si capisce, c'era sempre qualcuno che stonava. Allora il maestro che faceva anche il farmacista e scriveva poesie in provenzale, faceva fare le prove <a quartetto>, cioè quattro cantori da soli, ognuno con la sua parte: primi, secondi, baritoni e bassi; e lì si sentivano subito le magagne, e chi gli slittava l'ugola e faceva una nota storta.
Quando invece tutto era a posto e il coro sapeva bene le parti e le voci erano scaldate, nasceva un miracolo. Da una canzone che sembrava una robetta, che cantavano magari le nonne ai bambini per farli addormentare, veniva fuori una sinfonia come nelle opere, come nel Nabucco. E tutti cantavano come sonnambuli, sentendo insieme la propria voce, e il solenne insieme che saliva dal pavimento di legno del vecchio salone parrocchiale e usciva dalla finestra per spandersi intorno. Venivano fuori delle specie di architetture sonore in movimento, colorate, con vibrazioni di chiari o scuri secondo se preponderavano i bassi o i tenori primi.
Certo era diverso cantare alle prove, o in piazza, o tra le navate di una chiesa quando il coro aveva un pubblico attento. Ma nel pieno di un accordo di maggiore, di minore, le difficili quarte, e settime, quando la melodia senti che sta per andare da un'altra parte e non può che finire lì dove senti che sta per salire o scendere irresistibilmente, allora ti si slargano i polmoni e il cuore, e i cantori erano come bambini innocenti e felici. Non più contadini, falegnami, fabbri, pastori, bottegai. Ma uomini buoni e in pace.
Anche la banda era bella da sentire. Batista in qualche giorno d'inverno, stretto nella mantellina nera, masticando il sigaro, guardava e ascoltava. Anche quì i suonatori erano gente qualunque, del paese, ognuno col suo mestiere e le sue preoccupazioni. Ma la vera passione era la musica, letta con attenzione sugli spartiti pinzati sul trombone, a metà del clarino, sul dorso del flicorno. La banda aveva il suo bel gonfalone con le frange dorate, ma solo il berretto come divisa, perchè il vestito intero costava troppo; c'erano suonatori anche di settant'anni, che per tutta la vita avevano litigato con la moglie tutte le volte che partivano per un concerto da qualche parte. Eppure non avevano mai mancato una volta. Feste patronali, funerali, processioni. E senza guadagnare mai una lira.
La banda aveva timbri diversi dal coro, per forza, ma nell'insieme era la stessa cosa. Una marcetta da niente, se i clarini e le cornette e quei benedetti sassofoni non stonavano, diventava una cosa allegra, irresistibile, con lo schiocco dei piatti, il frullare ritmico del rullante, il bordone del basso tuba. E anche le canzoni tradizionali, trascritte per banda, sentite e risentite mille volte, erano una cosa diversa, nobilitavano la vita quotidiana, lo stesso come i pittori che dipingono capolavori con due vacche al pascolo, una casa diroccata o un mazzo di cipolle.
Batista ci pensava, masticando una paglia, a questa storia della musica, buttando gli scarponi uno davanti all'altro meccanicamente, salendo al colle Sautron. Ci pensava tanto che sembrava di sentire delle arie strane. Come fosse una ghironda che suonava in qualche posto nascosto; poi sentì un coro quasi come quelli russi, pieno e terribile, con timbri scuri, che veniva da dietro una cresta. Sentì anche dei pifferi flebili e tamburi sordi, come avessero pelli consunte e allentate. E immaginò che fossero dei disertori di Napoleone rimasti intrappolati in una gola. Sapeva dalle storie che raccontavano i vecchi, che a loro volta le avevano sentite nelle stalle d'inverno da altri anziani, che con Napoleone c'era di tutto, italiani, polacchi, cechi, ungheresi, scozzesi. E ogni tanto scappavano perchè la guerra è sempre stata una cosa scomoda e bestiale. E poteva essere benissimo che un gruppo fosse rimasto isolato per due secoli senza sapere e vedere cos'era capitato nelle pianure nel frattempo.
Aspettavano la pace cantanto canzoni imparate nella Russia Bianca, o in Ucraina, suonando marce militari con pifferi ormai frusti e tamburi camolati, con una sentinella sempre all'erta in caso arrivassero nemici a tradimento.
A sentire quelle melodie della steppa, veniva fuori un legame di sangue tra i montanari cuneesi, magari l'alpino del Battaglione Dronero, di Stroppo o del Preit, e il contadino di Arnautovo, di Valuiki, villaggi persi nelle pianure del Don, passati alla storia per la ritirata degli italiani nel '42. I canti russi avevano quella bellezza e tristezza infinite come le canzoni degli alpini, che, più poveri avevano i muli, mentre i cosacchi correvano a cavallo. Le storie delle canzoni erano le stesse di qui, con la terra, le patate, l'amore e la guerra, la miseria. In più c'erano solo i girasoli. Batista una volta aveva letto un libro russo, <Guerra e pace>, un librone che girava per casa da anni, e gli sembrava quasi di sentire storie di famiglia, anche gli odori.
Batista tutte queste cose non le pensava chiare, gli rimuginavano nel cervello come una fumeria confusa. Sapeva solo il significato alla fine, ma avesse dovuto spiegarlo, non gli veniva.
Poi pensò che quelle arie lontane, come di chiesa, potevano anche essere eretici rimasti nascosti nel vallone di Marmora dal 1600, quando, via i Francesi erano arrivati i Savoia, papisti e intolleranti, che una volta conquistata la Val Maira imposero ai calvinisti l'abiura o l'esilio. Gli eretici cantavano laudi importate dalla Sassonia e dal cantone di Zurigo, canti severi, tristi che non servirono però a cacciare la peste che arrivò anche nelle alte valli. Forse un manipolo si rifugiò in una comba sperduta, arcana, senza sentieri, battuta dal vento d'estate e da formidabili bufere di neve d'inverno. Visitata solo dall'alto da voli di poiane. Uomini e donne, pochi, smunti, che potevano aver passato anni, decenni, secoli, spiando le stagioni, temendo l'arrivo dei mercenari irlandesi dei Duca di Savoia. E cantavano i salmi in un francese arcaico, ormai sconosciuto anche agli studiosi.
Non li aveva scoperti e raggiunti nessuno, nè gendarmi ducali, nè carabinieri, nè finanzieri, nè il postino. Non erano più in nessuna anagrafe, o registro parrocchiale. Quelli delle imposte non ne sapevano niente. Non gli arrivavano bollette della luce e del gas, pubblicità, cataloghi di vivaisti, avvisi di mora, non avevano bisogno di certificati, ricevute, codice fiscale. Sapevano solo che la pianura è un posto pericoloso, infido, da dove non era mai venuto niente di buono. Per secoli erano saliti solo soldati, esattori, preti, banditi. E non ne volevano più sapere di estranei. Cantavano per conto loro, nè allegri nè disperati.
Girò il vento e Batista, nonostante si fosse fermato con le orecchie tese, sentì solo più l'aria che faceva frusciare gli ontani nani. Diede un giro alla mantellina con un largo gesto del braccio, e continuò verso il colle, chè la strada fino a Marsiglia era ancora lunga.