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 Che fine ha fatto Michael Timojev?

  

 

Comune di Villar Focchiardo, bassa val di Susa. Case di pietra grigia, intorno boschi di castagni. Duemila abitanti su un territorio tutto all'inverso (cioè esposto a nord). Bisogna andarci apposta, non è un luogo di transito. Un posto come tanti, di mezza montagna, con storie e personaggi ordinari e straordinari. Libero Manfroni, toscano di origine, ultrasettantenne irsuto e anarchico, che viveva da solo con quatro muli e ogni tanto aveva screzi con i vicini per via del pascolo delle sue bestie. E’ sempre vissuto facendo piccoli trasporti in montagna. Era proprio l'ultimo, l'ultimissimo della sua specie. E' morto nell'inverno del '94, senza aver conosciuto un padrone.

Luigi Martoia, (nato nel 1913, morto nel 1986), che passò la vita impiegato al Cotonificio valle di Susa, e compilò una documentatissima storia del paese, oltre 600 pagine scritte (in trent'anni di ricerche e studi), in bella calligrafia e disegnata a mano, lasciando per testamento il divieto di pubblicazione <a fini speculativi>. Del manoscritto (in fotocopia), ci sono due esemplari in comune, e due alla Biblioteca Civica. Chi vuole li può consultare. 

Le piole scomparse: la Trattoria delle Alpi, la Cantina Nuova, la Cantina Comboira, la Cantina della Piana, la trattoria Quattro Strade trasformata in birreria, e la ex Cooperativa che adesso si chiama La Pantera e fanno anche le pizze.

E la medioevale certosa di Banda, piccolo cenobio benedettino in una conca riparata dal vento, due chilometri a monte del paese. Banda fu scelta dai frati dopo essere stati costretti ad abbandonare Montebenedetto nel '400. Oggi del monastero rimane la chiesa, il piccolo campanile, resti armoniosi di archi in pietra, ruderi di romitori nei boschi circostanti. Quattro o cinque i residenti stabili nella frazione, che tengono puliti i boschi, allevano poche vacche e capre, coltivano perfino una piccola vigna, orti, fanno il fieno. Un posto microscopico, bello, isolato, sereno. Adesso. Ma nel '44 i nazi fucilarono tre partigiani tra le grange. Una targa dell'Anpi li ricorda.

C'è poi la storia della <Bealera del Molin>, opera idraulica che attraversava tutto il paese e forniva movimento a una piccola centrale elettrica, alla falegnameria, alla fucina, a due o tre mulini, a un pastificio, e serviva anche per l'irrigazione. La bealera c'è ancora ma serve ormai solo a dar acqua ai campi.

Appena fuori dal paese, sulla strada sterrata che sale a Banda, c'è una vecchia cava di quarzo in disuso, in riva al torrente Frangerello. Fuori una casa pericolante e poco lontano un altro edificio dell'impresa mineraria, tutto abbandonato, sgangherato. La cava di Marra (il nome dei vecchi proprietari), è un antro immenso, gelido, sostenuto da ciclopiche colonne rocciose sghembe, illuminato da un lato da grandi aperture; la coltivazione dei filoni iniziò nel 1910 circa, e cessò negli anni Trenta. Il materiale serviva alle Fonderie Moncenisio di Condove, e alla fornace di laterizi vicina, la Boni & Canavesio che produceva refrattari. La fornace c'è ancora, mezza andata, (la produzione è cessata da un pezzo), bell'esempio di archeologia industriale, con stinte scritte fasciste sulle pareti esterne. E c'è ancora anche la <Strà dle rue>, viale rettilineo, lastricato, lungo un chilometro, che arrivava fino a Dora. Di qui partiva un cavo lunghissimo, d'acciaio, che, azionato dalla forza idraulica del fiume, portava energia alla fabbrica. Il cavo era sorretto da piloncini e carrucole. Per questo la strada si chiamava <dle rue>, delle ruote.

L'ingresso alla cava, era una galleria di settanta metri circa, scavata nel fianco della montagna, alta e larga un paio di metri, ma è stato chiuso definitivamente nel '92 da massi enormi. A dir la verita il tunnel funzionava da uscita dei materiali, l'ingresso era dietro, sul fianco della montagna, uno squarcio enorme, adesso ostruito da boscaglia impraticabile e reticolati. C'è ancora una traccia di sentiero.

L'interno è pieno porcherie, bottiglie di birra, lattina, immondizie, resti di picnic. C'erano anche lumini cimiteriali, lungo la galleria, e resti di fuochi; dicono facessero messe nere o cose del genere. Si sente, stando in silenzio, una goccia che cade ogni tanto, split, split. Chiodi a espansione da roccia (spit) lungo una parete, attrezzata da free climbers locali per arrampicare al coperto. Non è chiaro che cosa andassero a fare tanti nella grande caverna. Dicono cerimonie esoteriche, con gente che veniva anche da lontano, da Genova, Milano, Firenze. In valle si mormorava di sette non identificate. Ma i giovani, in cerca di emozioni letteralmente underground, facevano semplicemente feste in un ambiente insolito e un po' inquietante. Almeno una volta un happening fu organizzato con tanto di manifesti affissi anche a Torino e con lumini messi come indicazione sulla strada che porta alla caverna, altrimenti introvabile. Oggi l'utilizzo ludico dell'antro è finito. I carabinieri, il comune e il proprietario del terreno si sono messi d'accordo e, per evitare altri raduni clandestini, hanno bloccato l'entrata con qualche tonnellata di pietroni. E nella cava di Marra è tornato il silenzio.

Ma c'è un'altra storia da raccontare. Fuori dalla grotta, su una roccia pulita, mezza nascosta dai rovi, si legge la firma di un certo Michael Timojev e una data 1921 (anno di nascita?), due stemmi, sembra di reggimenti, e un'altra data più grande <1944>. Scrittura perfetta, in un bel corsivo, incisione nitida, anche dopo mezzo secolo. Si vede che chi la lavorato con lo scalpello era del mestiere.

Alfredo Casale, classe 1927, assessore del comune di Villar Focchiardo, un simpatico tipo di patriarca con una bella barba grigia, (specialista in innesti e potatura di alberi da frutta, abita in una delle più vecchie case del paese), che fu partigiano coi Garibaldini in bassa valle, 106¦ Divisione Velino Giordano, (da Susa in su c'erano i gielle della divisione Stellina), racconta che la cava venne usata durante la guerra come deposito di esplosivi del Dinamitificio Nobel di Avigliana.

<C’erano centinaia di quintali di T4 - racconta - sorvegliati da sette, otto carabinieri. La notte tra il 17 e il 18 dicembre del 1943 i partigiani del comandante Walter Fontan fecero irruzione, immobilizzarono i carabinieri e portarono via trenta quintali di esplosivo che venne usato poi per far saltare i ponti. L'anno dopo invece, nel '44, mentre era di guardia una piccola guarnigione di ucraini inquadrati nella Wermacht, abbiamo radunato gente del paese e siamo andati all'assalto. I russi si sono arresi e noi abbiamo buttato tutto l'esplosivo nel torrente. Dopo qualche mese però ci sono state due vittime. Due ragazzi avranno avuto 12 o 13 anni, che andavano al pascolo con le capre, forse hanno buttato dei sassi nell'acqua, e magari erano rimaste sacche di esplosivo e qualche detonatore, fatto sta che ci fu uno scoppio che mandò in frantumi i vetri di mezzo paese e i ragazzi morirono sfracellati>.  

Molti degli ucraini, ex prigionieri, fuggirono, gli Ivan, i Misha, i Vasili, si unirono ai partigiani e dopo un po' formarono un distaccamento tutto loro. Molti rimasero in Piemonte alla fine della guerra. Si sposarono, trovarono un lavoro, e adesso sono in pensione. Si formarono amicizie che durano ancora oggi. In Ucraina c'è un paese dove si festeggia tutt'ora il 25 aprile, in ricordo della resistenza piemontese. Ogni tanto i sopravvissuti vengono al Villar a salutare i vecchi compagni.