- XXVII -
Macchine da campagna
Il trattore <testacalda>, prodotto dal 1920 circa, fino al primo dopoguerra, era un diesel, due tempi, con un solo cilindro orizzontale, enorme. Un rinoceronte fatto di ferro, ghisa e pesanti lamiere da due millimetri, dotato di grande forza bruta. Per fare un esempio l'<Argo> della Orsi di Tortona, una bella macchina degli anni trenta, aveva un pistone del diametro di circa quaranta centimetri, una cilindrata di 11.600 cc, e la potenza di 50 cavalli. Peso totale 39 quintali. Oggi per avere la stessa potenza un trattore pesa la metà.
Guidare un testa calda era uno strazio, quasi come manovrare un carro armato, perchè trasmetteva vibrazioni da squinternare qualunque solido contadino. Metterlo in moto un'impresa complicata: bisognava scaldare la testa fino a farla arroventare (di qui il nome), bruciando benzina o nafta in una specie di fornelletto, o usando addirittura una cartuccia di polvere nera da inserire in un apposito buco sulla testata. Si accendeva la miccia si turava il buco e lo scoppio avviava il motore. Poteva anche capitare che il pistone si mettesse a girare al contrario, allora bisognava spegnere e ripetere l'operazione, altrimenti tutte le marce funzionavano a rovescio. Aveva un enorme volano esterno di ghisa - che poteva pesare anche un quintale - che gli conferiva una fisionomia inconfondibile, e sul quale veniva accoppiato, con una ruota libera, lo stesso volante dello sterzo (che si poteva mettere e togliere), e col quale si dava - al momento giusto - il colpo per l'avviamento. Il motore dava scoppi lenti, sordi, possenti, come (più in piccolo si capisce), il Falcone buonanima della Guzzi.
I testacalda li costruiva soprattutto la Landini di Fabbrico (Reggio Emilia), ma c'erano anche modelli della Orsi di Tortona, della Bubba (fabbrica milanese scomparsa)e della Lanz tedesca, (era famosa la serie Bulldog),che poi è diventata un marchio Usa e si chiama John Deer Lanz. Oggi i testacalda, sono diventati pezzi da museo; restaurati come fuoriserie sfilano ogni tanto alle feste patronali, nelle sagre, diventati oggetto di archeologia industriale.
Un grande specialista e collezionista del settore è Angelo Gullino, un supermeccanico (classe 1923), che commercia e ripara macchine agricole a Savigliano, e possiede una satrapica raccolta di più di 150 pezzi (funzionanti), di ogni epoca e marca, uno squadrone di antiquati e aristocratici gentiluomini di ferro, a riposo dopo decenni di fatiche. Gullino smonta pezzo per pezzo le sue macchine, rifà i particolari mancanti con santa pazienza, le rimonta, le rivernicia, e ogni tanto le porta a far festa in qualche fiera, anche all'estero. In cortile ha anche un poderoso schiacciasassi Breda del 1932, bicilindrico, peso 170 quintali, che può funzionare bruciando legna, carbone, paglia, turaccioli, ogni sorta di combustibile.
Ma è a Cavallermaggiore che ha la sede il Club Trattori d'Epoca Piemonte, il secondo d'Italia, con più di trecento soci che raccolgono, rimettono in ordine antiche macchine - trattrici e locomobili, mietilegatrici e trebbie - con amore, pazienza certosina e competenza. Il presidente Giorgio Bollino, che per vivere commercia in fiori, ha scritto anche l'unico libro edito in Italia sull'argomento. E i soci sono orgogliosi proprietari di pezzi rari come il Landini L30, il Landini Bufalo, il Wallis 12/20 (Usa), la bellissima trattrice Fiat 700 A, del 1927.
I motori, le macchine della campagna, sono un mondo a parte della tecnologia. Il legame con la terra le trasforma. Ogni organo surdimensionato per sopportare urti pesanti e superlavoro, per resistere al fango, al freddo, al troppo caldo.
Intanto vediamo le anticaglie. Gli arnesi che si vedono più spesso abbandonati nei campi sono i vecchi ranghinatori e i voltafieno. I primi servivano (e servono) a ordinare l'erba appena tagliata in <ranghi> appunto, cioè file ordinate e parallele, che poi si voltano e rivoltano fino all'essiccazione completa del fieno. I secondo (progettati per essere trainati da un cavallo), hanno piccoli tridenti che si muovono avanti e indietro con semplici meccanismi e leveraggi, che ruotando voltano il fieno, ma in maniera non ordinata. Roba di prima della guerra, come concezione. Ce ne sono tanti in campagna, arrugginiti, con il seggiolino anatomico di lamiera traforata, le grandi ruote a raggi di gomma piena. Abbandonati vicino a un filare di gelsi o salici, fermi sotto una tettoia sgangherata, o semplicemente lasciati al sole e alla pioggia.
Le macchine di oggi sono invece piene di gadget, spie, accessori, servomeccanismi, aria condizionata, riscaldamento. Fino a trent'anni fa per esempio per cambiare marcia, bisognava fermarsi; oggi il cambio (si arriva fino a 48 marce, con inversore e overdrive), è sincronizzato, elettromeccanico, e si usa come su un'auto o come sui camion. Basta premere un bottone. Fino agli anni sessanta la cabina era un optional. Le prime erano semplici ripari per i sole e la pioggia. Oggi tutti i trattori sono cabinati, i sedili sono molleggiati e imbottiti come quelli degli autotreni, per non parlare della fanaleria che permette di lavorare tranquillamente anche di notte.
Un tempo il trattore veniva usato anche come motore ausiliario per la trebbiatrice o per azionare pompe idrauliche per l'irrigazione (e questo si fa anche oggi). Il movimento veniva trasmesso con un cinghione di cuoio che ogni tanto si strappava menando pericolose frustate intorno. Poi venne la <presa di forza>, grande innovazione degli anni '50. Un albero calettato, collegato al cambio, sporgente dal posteriore della macchina, cui si possono attaccare ogni sorta di attrezzi che necessitano di energia per funzionare. Seminatrice, carro spandiletame, pressa imballatrice, erpice rotante, fresa, trivella o coclea per fare buchi nel terreno o estirpare ceppi di alberi abbattutti, pompe idrauliche, seghe circolari. La barra falciante (per tagliare l'erba), si applicava invece di fianco con un trapezio che collegava il pettine alla presa di forza posteriore. Oggi l'erba non si taglia più così, le barre laterali sono state sostituite da falciatrici rotanti, velocissime attaccata dietro il trattore, che può correre, lavorando, fino a 15 chilometri orari.
Grande invenzione anche il <sollevatore>, due bracci potenti mossi dall'impianto idraulico, che servono appunto a sollevare gli attrezzi montati dietro (aratro, erpice e così via). Attaccato al sollevatore si può mettere anche una piattaforma che serve per portare piccoli carichi: due sacchi di concime, la bici, balle di paglia o fieno, quattro miria di erba medica fresca, bidoni del latte.
Un arnese impressionate è il rimorchio spandiletame. Un'invenzione relativamente recente. Una volta semplicemente si caricava lo stallatico su un pianale senza sponde e il contadino con un tridente lo buttava a mano, nei campi o sui prati. Adesso il letame si stiva in un grosso rimorchio che posteriormente ha tre coclee dentate (cilindri verticali con una specie di vite senza fine) che girando spruzzano sul campo il concime. D'inverno il trattore e il rimorchio, che erutta il suo odoroso carico, sono circondati da una nuvola di vapore di condensa, spettacolo sabbatico e propiziatorio, anche offensivo per i delicati olfatti cittadini.
Il trattore è così la sorgente energetica di molte funzioni, un gigante forzuto che fa tutte le fatiche che il contadino doveva fare a mano, prima della civiltà delle macchine. Esemplare l'uso (specialmente d'inverno) per abbattere alberi. In questo caso la macchina assume un aspetto industriale, con una lama anteriore (per spingere i tronchi) e il <ragno>, cioè un braccio idraulico con una benna che prende il legname da terra e lo sposta sul rimorchio. I giovani che fanno questo lavoro usano i loro mezzi con una grande disinvoltura, come un mandriano il suo cavallo. Avanti e indietro tra le sterpaglie dei pioppeti, scendono al volo dalla cabina, si arrampicano sul sedile che comanda la benna, imbragano fulminei i tronchi tagliati di misura, caricano il rimorchio, risalgono in cabina e via.
Poi ci sono i turbo a quattro ruote motrici. Bestioni da 15O cavalli (possono costare fino a 150 milioni), in grado di cavarsela su qualsiasi terreno, con ruote enormi e magnifiche.
Sembrano veicoli da guerra; e infatti specialmente i giovani in campagna, non resistono al loro fascino. Sovente uno dei motivi per cui rimangono nell'azienda paterna invece che andare in fabbrica, o cercarsi un lavoro più comodo, è proprio il Turbo rosso, con aria condizionata e stereo, parcheggiato sotto il portico. Che guidano con disinvoltura e divertimento nel fango dei campi, arrampicandosi pericolosamente sulle colline, o arando furiosamente con aratri trivomere, lavorando all'abbattimento dei filari di pioppi, col trattore che fa il lavoro dell'elefante in India. Carica e trascina tronchi, traina rimorchi monumentali.
Il trattore è anche bello, come tutti gli oggetti legati al lavoro, la cui forma è determinata dalle funzioni richieste. Così come sono magnifici oggetti da collezione, gli arnesi ancora costruiti a mano, per i lavori minori in campagna. Forgiati da residui fabbri che riforniscono i mercati della provincia. Vanghe, zappe, roncole, falci, falcetti.
Hanno una fisionomia diversa i trattori che lavorano nelle risaie. Dovendo manovrare nel fango e nell'acqua, a seconda dell'impiego specifico, gli vengono montate ruotone metalliche, senza copertoni, o ruote composte da un unico disco dentato di metallo. Con l'arrivo della bella stagione sembra che navighino in un mare calmo, diviso in stagni rettangolari, pieno di filari di pioppi e voli di aironi cinerini.
Discorso a parte le macchine per lavorare la vigna. Ci sono un mucchio di arnesi bizzarri, inconcepibili fino a pochi anni fa: trinciastoppie (per tritare e sotterrare i tralci tagliati, resti della potatura), cimatrice, macchina per la potatura verde (si usa due volte all'anno), la spollonatrice-legatrice (che dirada e lega automaticamente i tralci), l'interceppi, piccola fresa da passare tra un ceppo e l'altro.
Infine le macchinette più piccole con decine di modelli: motocoltivatori anche a cingoli, trattorini con rimorchietti per trasporti leggeri, seminatrici, frese ed erpici semoventi, da condurre a mano, per i lavoretti dell'orto. Sono i giocattoli dei pensionati. Sono molti i lavoratori, magari originari della campagna, che dopo una vita in città, piantano tutto e tornano al paese. E allora passano il tempo coltivando ortaggi, curando un prato di trifoglio, un campo di granturco, tagliando legna per l'inverno. Sono maestri nel fare ordinate cataste. Per questi lavori non c'è bisogno di grandi macchine, bastano piccoli sussidi a motore.
E' facile vederli passare al tramonto, seduti su trabiccoli scoppiettanti, che procedono a passo d'uomo, tornando a casa per cena, serafici e soddisfatti, dopo una giornata passata a potare la vigna, o a raccogliere erba per i conigli.