- XXVIII -

 

 

  

Osteria d'Oriente

 

 

Ogni tanto Batista andava a bere una grappa fatta di contrabbando all'Osteria d'Oriente, mezza nascosta dietro il fienile di Gusto Pomè; non c'era insegna, nè lume esterno. Ci andava solo chi sapeva dov'era. Due stanzette con soffitti bassi e affumicati, tavoli scuri segnati dai circolini di quartini e bicchieri. Alle pareti - rivestite di doghe di legno fino a metà e con dei quadratini di carta vetrata per accendere i fiammiferi - una veduta a colori di Venezia, una volpe impagliata, una fotografia di sciatori degli anni trenta, un stampa del re Vittorio Emanuele II, lampadine fioche, da 25 candele, col piatto di lamiera, bianco sotto e blu sopra, un banco di legno grezzo con il piano di lamiera zincata. In un angolo la stufa di ghisa, con le gambe arcuate, che si accendeva già alla fine di agosto.  

L'osteria era l'unica casa ancora abitata nella frazione. Le altre grange erano vuote e mezze diroccate. Nel vecchio forno, la cui bocca di ghisa ogivale, nera di fuliggine non aveva più visto una pagnotta da decenni, aveva fatto il nido una coppia di barbagianni; i terrazzamenti di pietre a secco, dove una volta si seminavano segale e patate - la terra la portavano con le gerle dal più basso - erano invasi dalla boscaglia. Lavoro e fatiche di anni e anni, andati in malora. In giro era pieno di cespugli e alberelli di bosso, un sempreverde chiamato anche martel, per il legno duro(quando piove o c'è umido, esala un profumo buono e lievissimo) che si trova soprattutto nei cimiteri, in forma di siepi, nei giardini all'italiana delle ville patrizie, nei parchi recintati dei castelli. Qui era allo stato naturale e mandava intorno flebilmente il suo odore antico. La campana della cappella di San Magno l'aveva rubata chissà chi, la meridiana dipinta sul frontone era stinta e in più era cresciuto una albero davanti, quindi non segnava proprio più nessuna ora.

Gli ultimi abitanti erano stati i partigiani di un piccolo distaccamento di garibaldini. Duri, stalinisti, magri e malvestiti, che passavano il tempo oliando gli Sten e sorvegliando il sentiero che veniva dalla Ruata Moschieres. Mangiavano toma e castagne quando ce n’era, poi tiravano cinghia. La sentinella notturna fu inutile perchè un giorno salì la repubblica a tradimento, nell'ora più fredda e deserta dell'alba, e fucilò tutti sul posto. Dopo d'allora nessuno abitò più la borgata che fu avviluppata, una stagione dopo l'altra, da rovi impenetrabili anche d'inverno. Se non conoscevi il sentiero, l'unico, ti trovavi perso nei burroni, pieno di spine, affondato nelle foglie secche.

Batista all'Oriente si sentiva fuori dai pericoli; riposandosi dal vagabondare. Seduto in un angolo, poteva guardar fuori - e aveva davanti agli occhi direttamente i castagni - o parlare con qualcuno, o stare zitto, in pace. L'osteria era insieme un porto di mare e una tana sicura, per una legione straniera di vecchi pastori e boscaioli, bracconieri stanchi, reduci taciturni, scampati a ogni sorta di guerre e strazi, e vite difficili, ribelli stanchi e delusi, ex prigionieri di cattive famiglie, in perenne fuga anche se seduti sulle vecchie cadreghe, ciascuno pieno di esperienze, cicatrici e malinconie. E ognuno aveva la sua da raccontare. 

Tistin, oste segaligno con un eterno cappello in testa, - cappello da marghè, di feltro tirolese, grigio chiaro picchiettato di nero, con tese strette, un cordoncino intorno e infilata una piccola piuma di ghiandaia - ogni tanto spariva in cantina, da una botola dietro il bancone,  scendendo una scala ripida. Nessuno era mai sceso laggiù oltre lui. La crota era vasta, con volte di mattoni; botti da una parte, damigiane piene e vuote, fiaschi spagliati negli angoli, file di bottiglie polverose di vetro nero di Poirino col bollo in rilevo, barattoli di pesche e albicocche in composta, peperoni sott'olio, conserve di pomodoro, cassette di mele, patate, castagne, una candela infilata in una spirale di fil di ferro. Odore di umido e ragnatele. Un filo di luce veniva da un finestrino a mezzaluna che guardava in strada.

Tistin non era stato informato di quel fatto della Repubblica. Per lui c'era ancora il Re. Era un po' stupito che non fosse più venuto a caccia al camoscio in valle, ma non più di tanto. Si faceva gli affari suoi. L'osteria era aperta da sempre. Ci passavano già i contrabbandieri di sale al tempo del Marchese di Saluzzo, cacciatori di frodo, i pastori che andavano a comprare le mule al mercato di Arles, valligiani che d'estate andavano a raccogliere la lavanda in Provenza, muratori che facevano la stagione a Marsiglia.

Batista, giocando lente partite a scopa, stava a sentire Bartolomeo dla Burera che raccontava della guerra d'Abissinia, e che belle erano le morette con quelle tette all'insù. <Ho ancora delle foto in un cassetto>, diceva con gli occhi furbi, e i Galla che guai a farsi catturare, perchè tagliavano le palle ai soldati e gliele infilavano in bocca per spregio. <Nella bassa Dancalia c'erano 60 gradi all'ombra, venivano le piaghe tropicali, e a Massaua si prendeva la malaria perniciosa. Poi a Gura dormivamo nelle baracche, sul legno - raccontava per l'ennesima volta - e le jene di notte venivano ad annusarci i piedi. Si mangiava la galletta, il pane con la muffa verde, la minestra in scatola che era acida. E mi ricordo che una volta è arrivato un plotone di alpini che si sono buttati nel fiume Takazè per il gran caldo, e i coccodrilli ne hanno mangiati cinque>.

E Francesco Grivet, detto Cecco dla Carlina. <Me car maramao, io mi ricordo che andavo a piedi alla fiera di Cuneo, quando non c'era ancora il viadotto Soleri e neanche il treno, e dovevi scendere a Stura e poi risalire. E dopo il mercato quando ero a Mondovì, andavo al caffè Cuneo, e una volta c'era una gara a scala quaranta con dei premi mai visti, una moneta d'oro in pesos messicani, un mezzo marengo austriaco e una medaglia d'oro da millimetri 17 e ho vinto proprio quella lì, teh!>, diceva sempre, e poi raccontava di Solferino e di quando era coi Cacciatori delle Alpi, con il sangue che arrossava le divise bianche degli austriaci, e quel colpo di baionetta che gli aveva trapassato un braccio che aveva ancora il segno adesso e gli faceva male quando cambiava il tempo.

<Nei Balcani nel '42 caro te non c'era neanche un metro di strada asfaltata - raccontava Martino Arneodo soprannominato Cilindro, perchè parlava sempre di moto - e io andavo con la mia Guzzi estate e inverno, col Breda a tracolla, a portare gli ordini del colonnello in posti dove non arrivavano neanche i muli e quando tirava la bora ti sanguinava la faccia per il freddo. L'Alce era una gran moto, non come la Gilera Otto Bulloni che era alta e sbandava nel fango e nella neve. Dormivi tre ore su una branda e poi via di nuovo. Ci davano 38 nazionali alla settimana, puntuali>.

E il vecchio Barbou Titto, che aveva fatto il minatore nelle miniere di talco di Sapatlè, morte e sepolte, ripeteva la storia del ragazzo che con un colpo di fionda aveva abbattuto il Moro di Poirino, comandante di un plotone di archibugeri papisti in val d'Angrogna, alle Pasque Piemontesi, con i mercenari irlandesi inferociti che squartavano e mettevano alla graticola i Valdesi e portavano altri in catene, nelle segrete dei castelli della pianura. <E se non gli avessero tagliato la testa a quel bastardo vizioso del conte Bartolomeo Malingre di Bagnolo, che comandava tutte quelle canaglie, gliela taglierei io ancora adesso>.

Quando cominciavano le nevicate Costanzo Audino, detto Tancio, contava immancabilmente che quando era giovane alle Grange della Maura, se moriva qualcuno lo avvolgevano in una coperta e lo mettevano tra le fascine aspettando di portarlo al camposanto in paese. Una storia che ripeteva sempre, ogni inverno.

Fuori sui tetti di lose, verdini e rossicci per le muffe e i licheni che avevano impiegato cent'anni per spandersi in silenzio in grandi macchie colorate, si spargeva il fumo della stufa, e un buon odore di fascine bruciate.

Gli unici stranieri accettati ogni tanto, erano quattro giovani indios boliviani, provenienti dal lontanissimo, diseredato distretto di Santa Ana de Chipaya sull'altopiano andino, dalle parti del Salar de Uyuni, il lago salato più grande del Sud America. Erano scuri di pelle, bassetti, capelli lunghi e nerissimi, con il poncho e cappelli di feltro. Non ridevano mai. Stavano silenziosi intorno a un tavolo bevendo grappa e menta, o scambiavano brevi frasi in lingua quechua.  Giravano i mercati suonando le struggenti musiche degli altipiani, con chitarra, quena, charango, tamburo.

Nessuno sapeva come erano capitati all'Oriente, ma sapendoli montanari e profughi erano trattati come compaesani. Batista che era stato in Venezuela da giovane, gli chiese una volta se sapevano <Alma Llanera>, la vecchia canzone degli llanos, le pianure selvagge intorno a Puerto Ayacucho. Non la sapevano. Gli cantarono invece <Rey moreno> e <Auqui auqui>, ballate del confine cileno che Batista non aveva mai sentito. Allora Batista gli insegnò Baron Litron e ci fu uno scambio proficuo di musiche. Le Ande e le Alpi si mischiarono fraternamente. Alla fine, allegri e commossi anche da un litro di barbera, intonarono insieme <Maria Gioana> facile da imparare. E tutti avevano i lucciconi.

Carlin era scappato dalla pianura tanti anni fa. Diceva di essere un diretto discendente del barone Von Leutrum, eroico difensore di Cuneo. Adesso faceva anche il suonatore ambulante; era un gran fabulatore, raccontava di Bianca Lancia di Agliano, moglie dell'imperatore, di Guglielmo Lungaspada, condottiero astigiano, che fu perfino re di Gerusalemme, dei feroci lanciferi di Federico Barbarossa. Nel suo orto parlava con le rape, e teneva rigorosamente separati i pomodori dai fagioli <perchè non vanno d'accordo>.

Girava i boschi e baciava le betulle, <Prova una volta - diceva - la corteccia è così liscia che sembra quasi di baciare una donna>, e faceva sonagli per i bambini con le galle secche dei roveri. Teneva soprattutto a far sapere che non era d'accordo con <quelli là sotto>. <Nel piano è come fossi stato trent'anni prigioniero in Siberia - strepitava dando dei pugni sul tavolo - Solo che faceva meno freddo. Magari non gliene frega niente a nessuno, ma a me sì, e quando sarò morto vorrei che si sapesse che a me non piacevano. Laggiù si lavorava nel rumore, ti muovevi per strada nei frastuoni, e il divertimento doveva essere un rumore ancora più grosso. Io ho mai guardato la tivu e ho anche sentito poco la radio, e al lunedì non potevo andare da nessuna parte perchè trovavo sempre dei balenghi che parlava solo delle partite di futbol e ti facevano diventare cretino e furibondo.

Io non ho niente contro le robe moderne, ma se le comodità alla fine ti camolano il cervello allora non siamo più a posto. La gente non sa più neanche quando si raccolgono le patate e se vengono sottoterra o su un albero, e le donne fan cucina con robe che non sanno da dove vengono, perchè ormai c'è l'uva anche a Natale e i pomodori a gennaio. E non è quello il male, il male è che non sanno più le stagioni e cosa viene nell'orto quando è ora, e magari credono che la verdura cresce anche sotto la neve. Così gli vendono qualunque roba e sono tutti contenti.

Là nel basso nessuno ti stava ad ascoltare, eri uno zero. E poi c'era sempre qualche bollettino da pagare. Va a finire che mettono le imposte anche sulle scoregge. Io non pago più neanche la bolletta della luce che tanto non ce l'ho. Perchè se non conto niente, non pago niente>. 

All'Oriente non s'era mai visto un forestiero oltre i quattro indios. Solo una volta era passato un rappresentante che voleva vendere una macchina del caffè di quelle modernissime, a colonna, tutta cromata, con tanti beccucci di rame e un'aquila in cima. Era capitato chissà come una sera che nevicava. Aveva chiacchierato a lungo, tra una china calda e un  grigioverde, mentre l'oste gli dava appena retta masticando il toscano. Poi alla fine se n'era andato scornato. Lo trovarono in primavera, stecchito in fondo a una riva di lamponi, ben conservato dal freddo dell'inverno, appena un poco rosicchiato da qualche volpe.

Altri che avevano sentito parlare vagamente dell'Oriente avevano provato a cercarla ma erano stati sempre sviati. Anche uno della Finanza voleva controllare quell'osteria ribelle e fuorilegge, ma dopo aver chiesto a uno e all'altro, aveva fatto un lungo giro nel vallone dei Carbonieri e alla fine, dopo essere stato morsicato dal cane di Batista Picca Picon che non conosceva nessuno salvo il padrone e le sue capre, si era ritrovato in una torbiera con l'acqua fino alle caviglie e gli scarponi risucchiati dal muschio molle e profondo, ed era tornato in caserma stanco morto e infangato.  

Il brigadiere dei carabinieri l'aveva cercata per anni la cantina dell'Oriente, ma aveva sempre fatto fiasco; gli informatori dicevano che era un covo di disertori, meticci, rinnegati, e alle volte c'erano perfino dei negri. E dei comunisti.

Poi si era a convinto che magari era una fandonia inventata dai margari che, dopo la fiera di San Chiaffredo alla Madonna d'Agosto, facevano festa, compravano i campanacci nuovi per le bestie, e pieni di barbera le sparavano più grosse che potevano.