Prefazione

 

di

Piero Bianucci  

 

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...............Sfoglierai queste pagine e respirerai profumi d'erba e di legno muschiato, odori di formaggi e di stalla. Vedrai gli spazi illimitati - ma non voraginosi, anzi, rasserenanti - che si possono dominare da un picco alpino o dalla gobba di una collina. Sentirai suoni comuni ma ormai per molti di noi insoliti, come una campana che batte l'ora, il muggito che arriva da un alpeggio, il fruscio del vento tra le foglie baluginanti di un pioppeto. E ti accompagnerà… Batista, personaggio e archetipo che nasconde in s‚ gli opposti del vagabondaggio e della stanzialità, della passiva contemplazione e della fatica operosa, della follia e della saggezza.

In un libro ne troverai due. Amalgamati, intrecciati, indistinguibili. Uno fatto di parole e uno fatto di immagini. Modi diversi, per evocare le stesse sensazioni e per registrare, prima che svaniscano, i ricordi di un mondo minacciato e in parte già scomparso per sempre.

 Un padre e un figlio si sono messi insieme per scrivere e fotografare, il che è già bello e raro. Ed è anche strano, perchè‚ entrambi hanno girato mezzo mondo, soprattutto nelle sue mete estreme: il deserto o i ghiacci polari non importa. Salvo poi accorgersi che a volte l'esotismo più inebriante è girato l'angolo. Sulle montagne del Cuneese, nelle Langhe, in riva a un lago grigio di pianura o nel chiostro muto di un'antica abbazia.

Molti posti che stanno sotto l'insegna dell'<Osteria d'Oriente> li ho conosciuti bene, a piedi o in bicicletta, quando da studente battevo la Val Varaita, la Valle Grana (con le loro diramazioni), la Valle Po, la Val Vermenagna e altre ancora. O quando - più occasionalmente - salivo al Gran Paradiso dalla parte di Cogne.

Soltanto i piedi o la bicicletta possono misurare davvero le distanze e lasciare nella memoria tracce durature di un itinerario. Riconosco dunque puntualmente luoghi, toponimi, costumi, persone. Rivivo le estati del liceo, quando, lasciate le aule del d'Azeglio e trasferito nel Cuneese, in calzoni corti o con i primi jeans facevo l'inviato speciale di importanti settimanali che si chiamavano (e ancora si chiamano) <Corriere di Saluzzo>, <La vedetta>, <Il Saviglianese> e via elencando. Scrivevo di incidenti stradali come della stagione turistica o dello spopolamento della montagna: già drogato dall'aroma di petrolio che permeava le tipografie di provincia, quelle di una volta, dove ticchettava una linotype e ansimava una macchina piana, che prima stampava le due pagine da una parte e poi, il giorno dopo, con le notizie più fresche (tutto è relativo), dall'altra facciata (bianca e volta, come dicevano i tipografi, quando ce n'erano ancora).

A Costigliole di Saluzzo, imbocco della Val Varaita, ci chiamavano la <banda dei tre>: io, Ugo e Pinuccio, con Pierino che ci raggiungeva il sabato pomeriggio a fare il quarto, quando staccava dalla catena di montaggio della Seicento. Tutti i sentieri, erano i nostri, tutte le baite e i forti diroccati, tutte le ragazze che facevano svolazzare la gonna come un fazzoletto. Salvo poi, nelle balere, star paralizzati a guardare quelli che le ragazze le avevano sul serio.

Ci si consolava come gli stambecchi, silenziosi, salendo in alto a scrutare lontano nei giorni sereni. Puntavamo lo sguardo al Monviso, dalla cui vetta una leggenda vuole che talvolta si scorga il mare, e ci dicevamo che prima o poi saremmo saliti. Ma era sempre per l'anno dopo, quando finalmente ci saremmo allenati nel modo giusto. Di anno in anno, la punta del Monviso si è fatta sempre più lontana, come in un binocolo girato al contrario. Ugo è ingegnere all'Ansaldo, con meno capelli e più pancia. Pierino, passato alla Recchi, scava il passante ferroviario di Torino. Pinuccio vende medicinali di farmacia in farmacia. Io, sono qui, con cinquant'anni e la barba bianca. Ormai non sento più dire che nei giorni sereni da lassù si indovina la linea azzurrina del mare; sento dire, invece, che pure quei pochi metri quadri a 3841 metri di quota sono pieni di borse di plastica e di lattine di Coca-Cola. Al diavolo anche il Monviso!

 Non ho mai condiviso con Renato Scagliola - nè ovviamente - con il giovane Davide neppure uno dei posti raccontati nell'<Osteria d'Oriente>. Loro ci sono stati per conto proprio, io per conto mio, probabilmente in tempi alquanto diversi. Eppure, se leggo bene, abbiamo provato le stesse emozioni. Ma quello che più mi è piaciuto, oltre a trovarci qualcosa di me, è il loro modo di raccontare. E' facile, in queste cose, finire nella melassa della nostalgia, peraltro giustificata e apprezzabile anche lei. Molto più difficile è tenere la misura concreta della cronaca, dandole insieme l'aura magica della fiaba o addirittura del mito, quel mito terragno che teorizzava Cesare Pavese quando giocava a far l'antropologo. Così come è più difficile, linguisticamente, incastrare così bene nell'italiano parole dagli echi dialettali. Discorsi simili valgono per le immagini: anch'esse concrete e simboliche, documentaristiche e mitiche, belle ma non del bello che di solito si premia nei concorsi di fotografia artistica.

Insomma, anche nello stile della scrittura e nelle inquadrature delle foto, mi sono ritrovato. Sarà che con Renato ci sono tante cose in comune, e soprattutto una: prima i palchetti di legno della <Gazzetta del Popolo>, in corso Valdocco, bruciacchiati da migliaia di mozziconi di sigaretta, e poi i corridoi asettici de <La Stampa>. Sarà che la poesia trattenuta dal pudore e tuttavia affiorante in queste pagine, avevo incominciato a conoscerla nelle sue canzoni, quando con <I cantambanchi> metteva in parole e musica allegria e malinconia, costume e lotta politica, serietà e umorismo. Un cocktail non sempre facile da mandar giù, neanche negli Anni Settanta.

Un solo aneddoto. Curavo, allora, la <rubrica motori> di Rai Due, e ci mettevo dentro, più che gli ultimi modelli di vetture, un tentativo di analisi del fenomeno automobile: analisi estetica, sociale, psicologica, di impatto ambientale. Si fece, una volta, una puntata sull'auto nella canzone, e provai a infilarci <Automobilesimo>, un pezzo satirico in cui i <Cantambanchi> parlavano delle quattro ruote come di una religione, con tutto il suo fondamentalismo. Bene: non passò, se non come fugace citazione. Preferirono avere in studio Roberto Balocco, che cantò una sua canzone su un'utilitaria con il motore <truccato>. Meno grane, deve aver pensato il vigile funzionario dell'epoca.

 

Sono cambiati i tempi, è cambiata la Fiat, è cambiata la Rai. Renato è sempre lo stesso, con vent'anni di più.

E anch'io, spero.

                             

8 luglio 1994

 

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